Copertina 7,5

Info

Anno di uscita:2021
Durata:53 min.
Etichetta:High Roller Records
Distribuzione:Soulfood

Tracklist

  1. GATEWAY TO THE SPHERE
  2. SPIRAL CASTLE
  3. SHADOW
  4. SEVEN TRUMPETS
  5. THRONE OF LIES
  6. MERCHANTS OF DEATH
  7. BORN UPON THE SOUL
  8. SANDS OF TIME

Line up

  • Mark (The Shark) Shelton: guitars, vocals
  • Mark Anderson: bass
  • Scott Peters: drums, percussion, vocals
  • Bryan (Hellroadie) Patrick: vocals

Voto medio utenti

Dopo aver abbondantemente disquisito di “The Courts Of Chaos” ora procediamo con “Spiral Castle”, ristampato in varie edizioni in vinile dalla High Roller Records, un nome che siamo sicuri farà brillare gli occhi a tutti gli appassionati delle sonorità più Classic Metal tra di voi.
Strana a volte la vita artistica di molti complessi, non trovate? Quella di Mark Shelton poi, un fervente guerriero dell’underground lo è ancora di più: nonostante alcune pietre miliari dell’Epic Metal e alcuni capovalori fatti negli anni ’80, per tutta una serie di motivi il nome dei Manilla Road è sempre stato un nome di nicchia, di culto oserei dire e la fama (comunque relativa all’ambito squisitamente Epic Metal) è arrivata soprattutto alla fine degli anni ’90, portando alla reunion della storica band del Kansas e al suo sbarco per un’attività live in Europa per la prima volta. Dopo il buon “Atlantis Rising” del 2001 che mostrava un sound Epic/Doom Metal pesante e moderno, quasi Groove Metal, ad un solo anno di distanza i Manilla Road tornano alla carica e il 2002 per i nostri sarà un anno particolarmente intenso vista la pubblicazione di quello che io definisco “l’album fantasma” ovverosia “Mark of the Beast” e questo “Spiral Castle”.

“Spiral Castle” è per buona parte composta da brani scritti da Mark Shelton durante la decade silente per i Road e presenta brani pesanti, lunghi, articolati e con una certa modernità di fondo: una modernità questa presente pure nel precedente ma che qui si fa ancora più evidente con ritornelli dal sapore Grunge (Shadow è un esempio lampante su questo), rifferama sporcato dal Groove (la tortuosa title track) e addirittura un eco Alternative Metal, cosa questa bene evidente nella strana bonus track “Throne of Lies” con le sue ritmiche monolitiche, il riffing quasi Industrial Metal ed un ritornello che sarebbe piaciuto a qualunque band Nu Metal del periodo.
Brano questo che all'epoca fu escluso dalla versione cd per volontà della casa discografica, cosa che fece andare su tutte le furie Mark.
"Merchants of Death" è un brano lungo e ossessivo da un mood oscuro interessante, che a mio parere avrebbe beneficiato di una sforbiciata al minutaggio visto che il ripetersi di strofa-ritornello stanca un po’ e annacqua questo brano che sarebbe stato invece ottimo.
Un lavoro che fino a questo punto ha tanta carne al fuoco, qualche sezione un po’ troppo lunga come nel brano appena trattato o alcune trovate un po’ azzardate che non si sposano molto bene con il sound tipico del gruppo.
Ma alla fine arriva la sorpresa con una doppietta di canzoni che rialza le sorti del lavori e che sono due autentiche perle. Sto parlando della orientaleggiante “Born Upon The Soul” che coniuga benissimo quel sentore moderno nel riffing, alle ritmiche più intricante della media e con un’aria orientale con un’atmosfera da mille una notta mozza fiatante che tra un Shelton ispiratissimo sia in fase ritmica che solista e linee di basso melodiche, interessanti e pulsanti esaltano il tutto.
Mentre “Sands of Time” sembra quasi un seguito del precedente pezzo che tra un’area orientale quasi mistica e favoleggiante, con distorsioni tenue e delicate, percussioni tribali ed un violino gentile che entra nella seconda metà (suonato dalla madre di Mark Shelton, citata come Momadon) fanno di questo brano strumentale un viaggio onirico, facendo perdere l’ascoltatore nel tempo e nello spazio. Un brano questo che è una sorpresa davvero inaspettata e che sembra provenire da un disco Krautrock, piuttosto che Space Rock o Psych Rock e non da un disco Epic Metal!
Su “Gateway to the Sphere” invece c’è poco da dire, è un’intro solista fatta dalla chitarra di Shelton che ben svolge il suo lavoro senza far gridare al miracolo.

Un lavoro questo che è quasi una raccolta di vecchi brani riarrangiati, risuonati e riregistrati che sono un po’ altalenanti nel loro essere così eterogenei: le sonorità Groove Metal erano state implementate con successo nel lavoro precedente, ma qui la modernità non sempre calza a pennello con lo stile autentico dei Manilla Road e le sbandate Grunge/Alternative Metal non sempre sono interessanti su questi lidi musicali. Di contro invece abbiamo brani (la doppietta finale) che se oggigiorno fossero usciti dalla penna di gente come Visigoth o Eternal Champion (giusto per citare due delle giovani leve più promettenti di questo peculiare sottogenere) sono assolutamente sicuro che si griderebbe al miracolo.
Quindi direi che una valutazione nel mezzo sia quella più oggettiva possibile: un disco godibile e interessante, a tratti ottimo, mentre in altri poco interessante, seppur non presenta brani realmente brutti.

La produzione artigianale (un marchio di fabbrica per la band che non si scrollerà mai di dosso da questo elemento), le lunghe parti strumentali, l’inconfondibile voce nasale del leader sono i classici elementi contraddistintivi ai quali si aggiungono altre idee e poco importa se non tutto è riuscito perfettamente. Qui c’è una sensibilità musicale che raramente si trova in giro, c’è coerenza, passione, umiltà, voglia di non doversi ripetere per forza ad oltranza, tutte doti queste che non sono così scontate.
Per i fans dei Manilla Road, per gli amanti dell’Epic Metal, ma pure del Doom e di tutto quello che gravita attorno alle sonorità più “classic” questo è un ascolto da fare.
Un altro tassello di una carriera sempre dinamica, questo in soldoni è "Spiral Castle".
Ah, lasciate perdere la copertina dai toni fantasy che nulla c'entra con quanto trattato nel disco in questione, purtroppo i Manilla Road non hanno sempre avuto un buon sodalizio con le etichette discografiche...

Recensione a cura di Seba Dall

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 09 apr 2021 alle 14:41

The Blessed Course grande disco. Voyager mi piace un po’ meno..non so perché..Atlantis Rising ha brani ottimi e brani un po’ così così..Spiral per me è tutto buono.

Inserito il 09 apr 2021 alle 14:05

"Atlantis Rising" l'ho riscoperto grazie alla fanzine uscita di recente sui Manilla Road e.... non me lo ricordavo così bello. A me Mysterium invece è sempre piaciuto molto. Magari è di "mestiere", ma lo ritengo un mestiere ben eseguito :-)

Inserito il 09 apr 2021 alle 10:16

Voyager e The Blessed Curse infatti sono proprio i primi 2 album che mi vengono in mente quando penso ai migliori della reunion! Ma alla fine se devo dire il vero, chi più chi meno, mi piacciono tutti, anche Atlantis Rising che in genere è tra i più bistrattati. Per me il più debole rimane Mysterium.

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