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Info

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Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:1976
Durata:39 min.
Etichetta:Gull

Tracklist

  1. VICTIM OF CHANGES
  2. THE RIPPER
  3. DREAMER DECEIVER
  4. DECEIVER
  5. PRELUDE
  6. TYRANT
  7. GENOCIDE
  8. EPITAPH
  9. ISLAND OF DOMINATION

Line up

  • Rob Halford: vocals
  • Glenn Tipton: guitar, piano, background vocals
  • K.K. Downing: guitar
  • Ian Hill: bass
  • Alan Moore: drums

Voto medio utenti

È innegabile l’importanza avuta dalla band di Birmingham per la nascita, lo sviluppo e l’evoluzione dell’heavy metal. Ogni uscita discografica dei Judas Priest ha segnato in maniera indelebile il genere più camaleontico di sempre, e sinceramente scegliere uno solo dei loro album da inserire tra i classici è un’impresa davvero ardua, che mi porterà a proporne altri nei prossimi mesi. Partiamo quindi dagli albori, e precisamente dal 1976, anno di pubblicazione del secondo lavoro dei concittadini dei Black Sabbath. E non è un caso che il primo lavoro dei Judas, “Rocka rolla” sia fortemente influenzato proprio dalla band di Iommi e Ozzy. In “Sad wings of destiny”, invece, il gruppo, pur mantenendo alcuni degli elementi dell’esordio, comincia a sviluppare lo stile che di fatto segnerà la nascita dell’heavy metal. E tutto questo nel 1976…
L’hard rock della band all’inizio, come già detto, risente un sacco dell’influenza dei Black Sabbath, sia nella costruzione dei riff, sia nelle tematiche trattate. Fin dalla copertina, infatti, è chiaro il riferimento ossianico, con un angelo che giace all’inferno. Bastano poche note del primo pezzo per capire che l’atmosfera cupa non si ferma all’immagine. “Victim of changes” ha l’onore di aprire questo capolavoro, con il suo fraseggio ormai diventato mitico. Un riff cadenzato ci porta verso la strofa, assolutamente dominata da Rob Halford che ci delizia con i suoi vocalizzi, alternando toni medi e sofferti ad urla lancinanti. La coppia di asce Dowing/Tipton macina riff dal sapore sabbathiano, prima dell’intermezzo dell’assolo. Una parte cadenzata ci porta alla fine del brano, con Rob assolutamente eccezionale (qui si può sentire quanto il cantato di Halford abbia influenzato lo stile di King Diamond).
Un fraseggio sinistro ci porta in una Londra nebbiosa dove si aggirava uno dei più famosi serial killer della storia, Jack “The ripper”. Con questo pezzo vengono gettate le basi per il doom metal, è innegabile. Il vento di sottofondo, le chitarre che si incrociano stridule, il gong. È tutto oscuro, perfino l’interpretazione di Halford, più teatrale del solito, con una melodia vocale sinistra. Così come tetro è l’arpeggio di “Dreamer deceiver”, che tanto deve all’hard rock dei ’70. Si tratta di un mid tempo, con l’ennesima interpretazione da manuale di un Halford nel pieno della giovinezza.
Si accelerano leggermente i tempi con “Deceiver” (sentite la “cavalcata” delle chitarre…), con fraseggi che saccheggiano a piene mani il rifframa di Iommi. Un breve “Prelude” di pianoforte ci porta a “Tyrant”, brano che sarà per anni un pezzo forte dei live show dei Judas. Qui nasce l’heavy metal… riff possenti, ritmo sostenuto, stacchi, assoli incrociati e in both, e voce urlata. E siamo nel 1976… da non crederci… Per non parlare di “Genocide”, altro cavallo di battaglia del gruppo. Ogni brano presente in questo LP è un piccolo capolavoro. Non ci sono cali di tensione. È un perfetto trade d’union tra l’hard rock sabbathiano e il loro stile futuro, quello che li porterà negli anni ’80 a dominare il mondo dell’heavy metal insieme agli Iron Maiden.
Qui ci sono le basi di un genere. Questo disco è storia. Sono presenti tutti gli elementi che verranno poi sviluppati successivamente nel genere, dalle twin guitars ai riff doom, dagli screaming di Halford ai tempi sostenuti. Con “Epitaph” torna protagonista il pianoforte. Si, proprio il piano, non c’è da stupirsi. In fondo ricordiamoci che siamo ancora a metà degli anni ’70. E comunque contribuisce anche lui a creare atmosfere decadenti. La chiusura dell’LP è affidata a “Island of domination”, capolavoro assoluto… Un riff ‘flangerato’ introduce la strofa di Halford, incastrata in stacchi di chitarra, prima che il pezzo vero e proprio parta su un ritmo sostenuto. Le chitarre si compensano con riff e fraseggi incrociati, prima che a metà pezzo sputi fuori un riff cadenzato assolutamente doom, sul quale Halford si sbizzarrisce dando libero sfogo alla sua voce. Ma è solo un intermezzo, prima che il pezzo ridecolli.
Come detto in apertura dal punto di vista strettamente metal ci sono senz’altro dischi dei Judas Priest più significativi di questo, ma dal punto di vista storico penso sia innegabile l’importanza che il secondo capitolo della saga del prete di Giuda ricopra per l’evoluzione di un genere. E scusate se è poco…
Recensione a cura di Roberto Alfieri
Sad wings of destiny

Tracks such as "Victim of Changes", "The Ripper", "Dreamer Deceiver", and "Tyrant" became fan favorites over the years.

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