Ma chi se ne impipa se gli
Opeth hanno imboccato un percorso evolutivo a vicolo cieco che, in un futuro più o meno prossimo, non potrà che condurre a un’imbarazzante retromarcia e all’inevitabile ritorno alle origini (in barba alle spocchiose dichiarazioni del leader
Mikael Akerfeldt)?
Noi abbiamo gli
Shores of Null, che per di più sono anche italianissimi!
Ok, forse mi sono lasciato trasportare; d’altra parte, gioisco non poco per essermi imbattuto in una nuova realtà capace di creare un magistrale ibrido gothic/death/prog/doom che, oltre al gruppo succitato, rielabora (senza scopiazzare) le lezioni di
Swallow The Sun,
Hanging Garden,
Paradise Lost,
Insomnium,
My Dying Bride… e
Alice In Chains (ebbene sì: nelle pieghe delle composizioni si possono rinvenire numerosi spunti di matrice grunge).
Il songwriting, come si potrà intuire, privilegia tempi medi ed atmosfere cupe, autunnali, tinte di malinconia. Ciò non tragga in inganno: gli
Shoress of Null sanno essere a volte irruenti, altre solenni, altre ancora contemplativi: tristezza e rabbia s’incontrano, forgiando un sound ad alto tasso emotivo che sa ammaliare l’ascoltatore con trame articolate e spinte melodiche (soprattutto in occasione dei chorus) mai ruffiane.
Quiescence, per di più, si presenta come un lavoro curato in ogni dettaglio: gli arrangiamenti certosini, la produzione di alto livello, le ragguardevoli prestazioni strumentali (un plauso particolare al drumming di
Emiliano Cantiano), e la grande prova di
Davide Straccione dietro al microfono donano al platter una marcia in più.
Mi sento in dovere di spendere due righe per l’operato del singer: oltre a un ottimo growling, profondo e pieno, il nostro sfoggia una padronanza tecnica, un’espressività e una timbrica da brividi sulle parti pulite. Fatte le debite proporzioni, parliamo di una vocalità in bilico tra
Vortex,
Layne Staley,
Paul Kuhr,
Vintersorg e
Myles Kennedy: tanta roba, come dicono i giovincelli.
Peraltro, credo di non esser stato il solo ad accorgersi delle doti canore fuori dal comune di
Davide: infatti, sia la posizione di prominenza assunta nel mixing che i numerosi accorgimenti adottati (echi, riverberi, voci doppiate etc.) confermano la centralità delle vocals nel progetto
Shores of Null.
Niente da dire, se non “complimenti”.
E complimenti a tutta la band per aver dato vita a piccole gemme quali
Kings Of Null e
Night Will Come, che esplorano con profitto il lato più aggressivo del combo e promettono sfracelli in sede live, la strepitosa
Ruins Alive, in cui passaggi al limite del black si stemperano in un ritornello-tormentone degno dei migliori
Amorphis, o l’epicheggiante
Quiescent, per la quale è stato realizzato un suggestivo videoclip.
Una porzione conclusiva leggermente affaticata m’impedisce di assegnare votazioni ancor più elevate; d’altro canto, credo che il mio sincero apprezzamento per questo lavoro sia evidente. Proprio per tale motivo, trovo superfluo imbastire il solito pistolotto su quanto sia importante supportare le piccole realtà underground a scapito dei soliti grandi nomi, sul dovere morale di valorizzare i gruppi nostrani che incombe sul buon metallaro italico bla bla bla.
La realtà è che acquistando
Quiescence non farete un favore agli
Shores of Null, alla
Candlelight o alla (ahimè disastrata) scena tricolore: lo farete prima di tutto a voi stessi.