Continuano la loro marcia di distruzione i tedeschi
Scalpture, che a quindici anni dalla loro formazione, e quasi dieci dalla pubblicazione del loro debut album, arrivano in questo 2025 con il loro quarto lavoro
'Landkrieg', primo ad uscire su Testimony Records. Se da una parte ci è voluto del tempo per ingranare e cominciare il lavoro, essendo il gruppo attivo sin dal 2009 ma avendo dato alle stampe 'Panzerdoktrin' solo nel 2016, dall'altro i successivi dischi hanno avuto una cadenza molto più regolare, assestandosi sui due/tre ani di distanza l'uno dall'altro. Questo ha dato senza dubbio libertà alla valvola di sfogo creativa dei cinque musicisti, ma li ha anche costretti in un certo senso a ripetere il medesimo modus operandi in un breve lasso di tempo, finendo così per attorcigliarsi su una spirale di già sentito non fondamentalmente da altri gruppi dello stesso genere, ma dalla loro proposta che, se in un primo momento appariva fresca ed ispirata, e a conti fatti il sopracitato 'Panzerdoktrin' del 2016 lo è, ora sembra solo un tornare a battere un percorso già consumato.
Il genere proposto è un death metal con tinte malinconiche, con tematiche rivolte alla guerra e agli orrori che derivano da essa, guardando un po' verso quello che era il puto di forte di grandi come Bolt Thrower, risultando però stanchi e complessivamente privi di ispirazione. Chiariamo, l'album in sè ha una durata perfetta, sui quaranta minuti e rotti circa, ma a mancare è proprio quella voglia di andare avanti per scoprire i vari pezzi. Se i migliori colpi sono contrassegnati dalla doppietta iniziale
'Into Catastrophe' e
'Til Jeret Undergang' (tolta l'intro
'The Fall'), passando poi per la distruttiva
'Den Mörka Nattens Lejon' con un ottimo riff dal sapore di headbanging sfrenato, il resto vacilla molto.
'Schwedentrunk' ad esempio, pur durando poco più di tre minuti, non si capisce esattamente dova voglia andare a parare, alternando momenti più pesanti ad altri più veloci senza un vero e proprio filo logico, mentre è leggermente meglio con
'Wallenstein', dove il growl di Thorsten, che assomiglia molto a quello di Marin Van Drunen degli Asphyx, meno acido, riesce a dare il meglio di sè. Vuoi anche per breakdown non propriamente necessari, vedasi la parte centale di
'Hell's Choir Chant', l'aria che si respira nel disco non è delle migliori, pur comunque non cadendo mai nel baratro più totale.
Abbiamo quindi davanti un disco che, tra molti bassi e pochi alti, non riesce a rimanere impresso come dovrebbe, ma che comunque vi consiglierei di degnare di un ascolto. Non troppo lungo, nel suo genere comunque non è tra i più terribili, e forse troverete quel qualcosa che, purtroppo, io non sono riuscito a trovarci. Avremo a ridircene.
Non è ancora stato scritto nessun commento per quest'album! Vuoi essere il primo?