Cosa mai attirò la mia attenzione nei confronti di questi
Outlaw Blood, in un periodo storico in cui il mercato discografico “che contava” era saturo di uscite dedicate all’
hard melodico (con
new sensation che sbocciavano e svanivano in maniera pressoché ininterrotta …) e già si avvertivano i primi segnali di “modernità” sonora proveniente da Seattle?
Fondamentalmente furono due aspetti, uno “futile” e il secondo decisamente più circostanziato: la simpatica illustrazione di copertina e la presenza di
Jeff Paris (uno dei miei tanti “eroi personali”) in veste di collaboratore esecutivo, nonché di coadiutore alla produzione e alla composizione.
Oggi potrà sembrare “strano” investire i propri sudati risparmi basandosi quasi esclusivamente su queste suggestioni, ma nel 1991 non c’erano molte altre possibilità di approfondire la questione, se non affidarsi, dopo l’iniziale attrattiva, ad un ascolto fugace dal proprio “spacciatore” di vinili di fiducia.
E fu così che feci la conoscenza con un gruppo parecchio intrigante, che intrideva il suo esordio di
hard, di
blues e di
sleaze-rock, andando a sollecitare gli appetiti di chi apprezzava “gente” come Aerosmith, Cinderella, Tesla e Faster Pussycat.
Formata da
Marti Fredericksen (poi produttore e autore di successo),
Marc McCoy (
Steve Jones),
Rich Harchol,
Larry Aberman (
Stevie Ray Vauhgn,
Ric Ocasek,
David Lee Roth, …) e
Nick Parise, la
band californiana, patrocinata dalla potente
ATCO Records (sussidiaria della Atlantic), sfornò un disco eponimo veramente “maturo” e seducente dal punto di vista espressivo, confermando l’assioma che “l’originalità” nella musica, pur essendo un parametro perseguito e venerato, non è “essenziale” per il godimento
cardio-uditivo.
Appagamento che i cultori del genere proveranno in forma copiosa fin dall’atto d’apertura “
Tower of love”, una sorta di felice fusione tra
Billy Idol e Def Leppard, in grado di “entrare in circolo” in modo assolutamente istantaneo.
Non è da meno la successiva “
Body & soul”, sinuosa e adescante come potrebbe essere un’interpolazione tra Poison e Cinderella, mentre “
Last act” è un
hard-blues-accio (che i cultori di
Paris avranno ammirato pure nel suo “
Smack”) dal notevole impatto melodico.
“
Sink my teeth” spinge maggiormente sul versante “vizioso” della questione, mentre “
Every day I die” aggiunge al composto sonoro quel tipico “romanticismo da strada” che difficilmente poteva mancare in
album di questo tipo.
Si prosegue con il
rock and roll Aerosmith / Stones-
iano di “
Soul revival”, la sfrontatezza alla L. A. Guns di “
I'm n shock” e con i sussulti striscianti di “
Red hot 'n' blue”, perfetti per evocare scorribande notturne e “vagabonde”, reali o immaginate.
“
Slave to love” riporta l’astante nei territori “rustici” popolati dalle effigi di Great White, Quireboys e Tesla, ambito che gli
Outlaw Blood frequentano con la medesima disinvoltura con cui trattano l’inno
sleazy “
Fall thru the cracks” (con qualcosa dei TKO nell’impasto) e la spedita “
Hollywood Babylon”, degna conclusione di un albo godibile dal primo all’ultimo istante.
“
Outlaw blood” rimarrà l’unica testimonianza discografica dei nostri, e sebbene non si possa considerarlo un “capolavoro epocale”, sono convinto che meriti di essere “riscoperto” (è stato pure ristampato dalla Bad Reputation) anche in tempi dove la rivalutazione del passato è diventata una pratica molto diffusa e non sempre altrettanto motivata.