Da un lato l’energia stordente dello
stoner, dall’altro le inquietudini del
grunge, sospese tra tentazioni affabili e bagliori “rumoristici” … sono questi i principali elementi costitutivi di “
Soothsayer”, nuovo
full-length dei
Planet Hunter, quartetto neozelandese che non esito a definire una “sorpresa” parecchio intrigante nell’ambito di questi specifici territori stilistici.
A tale considerazione contribuisce ovviamente anche il mancato contatto con il debutto “
Moscovium” del 2020, e mentre mi riprometto di recuperarlo quanto prima, non posso che consigliare l’opera in questione a chi è in grado di apprezzare una sorta di fusione tra Clutch, QOTSA, Kyuss e Nirvana (o primi Bush, qualora la citazione del gruppo più “popolare” del cosiddetto
Seattle sound v’infastidisca ...), a cui associare qualche rimando al nevrotico crogiolo sonoro dei Melvins.
Attitudine, intensità e anche “canzoni”, insomma, interpretate con efficacia e
pathos da
Cormac Ferris, in possesso di una laringe dotata di una certa personalità.
“
One thousand years from now” è un ottimo modo per dimostrare le qualità del gruppo nel dosare i suddetti componenti espressivi e se “
Kaikōura lights” accentua la porzione squisitamente
grungiarola della questione, “
Ouija” frulla in maniera ancor più peculiare le diverse suggestioni soniche, sfoderando una struttura armonica al tempo stesso visionaria, pulsante, catartica e seducente.
“
Unholy union” è un bel macigno caleidoscopico e magnetico, seguito da quello che considero il
best in class della raccolta, titolo “
You’ll be happy” e presa emotiva garantita da un clima acido, frammentato, scuro e rabbioso.
Le avvolgenti e oblique spire
psych della possente “
Cataract” e il titano Kyuss-
iano “
Lazarus” aggiungono ulteriore tensione sensoriale ad un albo stringato, ma non per questo poco convincente, che pone i
Planet Hunter, provvisti di mezzi tecnici, ispirazione e di una giusta dose d’eclettismo, tra i gruppi meritevoli di rimarchevole considerazione.
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