Basta osservare i fatti di cronaca e gli eventi di geopolitica recenti (e non solo, in realtà …) per confermare la tesi che, purtroppo, quello che accadde nella celebre “estate dell’amore” fu soltanto una fascinosa e utopica suggestione e che chiamare il proprio gruppo
Summer of Hate meglio si addice al “clima” dei nostri tempi.
Quello che rimane intatto di quell’esperienza e che ritroviamo nella proposta musicale dei nostri portoghesi è però il senso di
happening artistico che traspare da certe miscellanee espressive, capaci di evocare uno straniante spettacolo di colori sgargianti, fragranze esotiche e danze catartiche, il tutto avvolto in un bozzolo di estatica e vaporosa “alterazione” dello stato di coscienza.
L’effetto sensorio è certamente intrigante e inebriante, in grado di celebrare quella sorta di “smaterializzazione fisica” tanto apprezzata dagli
psiconauti e che in “
Blood & honey” troveranno tanti motivi d’interesse, a patto che gradiscano il fatto che tale risultato sia ottenuto attraverso un
mix di
post-punk,
shoegaze,
dream-pop e fluorescenze
folk tra India e Medioriente.
Presentata come una
band adatta agli ammiratori di Shocking Blue, Echo & the Bunnymen e Jesus and Mary Chain, durante l’ascolto dell’opera ci si accorge che il singolare accostamento non è solo il frutto di un’iperbole promozionale e che nella musica dei
Summer of Hate convivono parecchio felicemente bagliori dell’adescamento onirico dei primi, dei sinuosi crescendo armonici dei secondi e pure un pizzico dell’affabilità “rumorosa” dei terzi, sottoposti all’azione plasmatrice di musicisti dotati di un talento variegato ed eclettico.
Le porte di questo mesmerico universo si schiudono grazie alle seducenti ed eteree melodie d’ispirazione
raga-rock della
title-track del disco, e per entrare ancora di più in sintonia con tali ambientazioni dai connotati etnici ecco arrivare “
El saif”, una pulsante e magnetica dissertazione sonica tra occidente e oriente, che si tramuta in una vera e propria litania ipnotica nella successiva “
Ashura”, dalle cadenze rituali e marziali.
Con “
Mayura” il contesto si scurisce di sinistra e strisciante inquietudine, mentre tocca ad “
Alem” e a “
Joy” allentare la tensione tramite un canovaccio armonico maggiormente diafano e accattivante, tra Cocteau Twins e certe cose dei Cure.
La languidezza avvolta da un’aura spirituale e contemplativa di “
The gospel (according to Summer of Hate)” è l’ultima tappa del viaggio mentale ispirato dalla fruizione di un albo che piace per il suo carattere “globale” oltre che per l’ondata di riflessi sensoriali che procura a chi avrà la voglia di scandagliarlo con la giusta predisposizione emotiva.
Non è ancora stato scritto nessun commento per quest'album! Vuoi essere il primo?