Ho sempre considerato affascinante la proposta dei
Mausoleum Gate, nel loro mediare la più classica N.W.O.B.H.M. con sonorità settantiane, come peraltro scrissi già in passato in occasione dell'EP "Metal and the Might". Ma ricordo di aver anche sottolineato come la voce stentorea di Veli-Pekka Varpula mi lasciasse interdetto, impedendomi di godermi appieno la proposta della formazione finlandese.
Beh... ora non mi spingo a credere che la separazione da Varpula sia stata portata avanti dai
Mausoleum Gate gusto per darmi soddisfazione, peraltro non si tratta dell'unico avvicendamento che troviamo nella formazione che ha suonato su "
Space, Rituals and Magick", infatti registriamo anche l'ingresso del bassista
Jarno Koskell e il chitarrista
Jari Kourunen che si affiancano allo zoccolo duro della band
Count LaFey (
Johan Jarkko),
Wicked Ischanius (
Nino Karjalainen) e
Oskari Räsänen.
Ma, visto il preambolo, affrontiamo il loro terzo album - che giunge dopo un silenzio di otto anni - partendo subito dalla prova del nuovo cantante,
Jarno Saarinen, che incrociamo dopo le prime battute, appositamente in crescendo, dell'elegante e pulsante opener "
Vision Divine" e che ci sorprende con una marcata dipendenza e rassomiglianza con il primo Ozzy Osbourne.
Un po' spizzante l'intro della successiva "
Lucifer Shrine", con quelle tastiere tra Van Halen e Europe, ed anche nel prosieguo non incappiamo in quell'approccio luciferino che si sarebbe aspettato da un titolo come il "Santuario di Lucufero". Incappiamo poi in "
Sacred Be Thy Throne" con quella sua partenza a cavallo tra Diamond Head e Wishbone Ash e che poi presa per mano da delle keyboards alla Deep Purple si rivela un gran bel pezzo, melodrammatico con i suoi chiaroscuri e scatti improvvisi, sui quali si staglia il canto ozziano di
Saarinen. Meno convincente la seguente "
Shine the Night" che già ci mette un po' a carburante, per via di qualche effetto di troppo, e quando poi lo fa non convince del tutto nel suo provare a mediare Black Sabbath, la N.W.O.B.H.M., Jethro Tull, Yes e l'AOR. Maggiormente efficace e convincente la titletrack, meno sperimentale e più immediata, con le chitarre di
Jarkko e
Kourunen a duellare largamente con i tasti d'avorio di
Karjalainen, con tutti e tre sempre ben incalzati dal drumming di
Räsänen. Infine, l’album termina proprio quando iniziano a danzare le streghe, ovviamente in circolo: "
Witches Circle", una semi ballad mistica, largamente acustica e sperimentale, che guarda indietro nel tempo, fino agli anni'60, con passaggi caleidoscopici in odor di Progressive Rock e Jazz, ottimamente interpreta da un
Saarinen che per una volta mette in un angolo le sue dipendenze
ozziane.
L'approccio retrò e settantiano della - rinnovata - formazione finlandese si è evoluto e ha preso nuove sfumature, ma è rimasta intatta e soprattutto sempre credibile. E godibile.
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