Non è per nulla semplice riproporre la musica degli
Alkaloid con il suo articolato stile compositivo su un palco, davanti a una miriade di appassionati di metal estremo. Inoltre, alla band bavarese, si sa, piace esagerare e pertanto, il primo live album in carriera, non poteva limitarsi ad essere una semplice esibizione dei propri brani presentati dal vivo, ma giocoforza, doveva essere qualcosa di grandioso, decisamente più complesso e tremendamente ambizioso.
Con queste premesse, nasce
Bach Out Of Bounds (fate molta attenzione al velato gioco di parole, su cui torneremo ed assolutamente non casuale: non “
Back”, ma “
Bach”, come l’omonimo Johann Sebastian), uscito per la fedele label francese
Season Of Mist e registrato in Olanda lo scorso anno.
La band tedesca, reduce da 3 ottimi album da studio (in particolare il sorprendente esordio
The Malkuth Grimoire), rimasta orfana da un paio d’anni di Christian Münzner, si chiude a riccio intorno alle proprie certezze, facendo leva sulle doti tecniche dei tre superstiti
Morean (voce e chitarra),
Linus Klausenitzer (basso) e
Hannes Grossman (batteria), affidandosi contemporaneamente, per questo live album, ad una serie di turnisti d’eccezione, tra cui, spiccano i chitarristi Max Blok (appena entrato nei
Pestilence) e Justin Hombach (
Eternity’s End, Fabio Lione’s Dawn Of Victory), che duettano amabilmente con lo stesso
Morean, dando luogo a degli intrecci musicali notevoli.
In realtà, l’elenco dei guests presenti in B
ach Out Of Bounds è assai lungo tra violini, fisarmoniche, violoncelli e deliziose voci da soprano che rendono questo disco molto variegato, conferendogli un consistente taglio classico-operistico, oltre che progressivo.
Emblematica, a tal proposito, la scelta di inserire in scaletta, ben 3 composizioni proprio del suddetto J.S Bach (ecco svelato il motivo del gioco di parole nel titolo), quali
Allegro,
Adagio e
Agnus Dei, sulle 8 previste dalla setlist, con buona pace per gli amanti dei deathsters più incalliti.
L’esecuzione degli
Alkaloid (e di tutti i musicisti al seguito) è formalmente impeccabile e la loro interpretazione si rivela (a tratti) interessante, ma obiettivamente, cosi facendo, il sound della band ne risente, finendo inevitabilmente per snaturarsi e perdendo le sue peculiarità più estreme, a favore di un’eleganza esecutiva che, pur essendo una costante nel song-writing della band, suona un po' forzata e fine a se stessa, non essendo mai accompagnata dalle classiche sfuriate musicali tipiche dello stile dei tedeschi.
Alla fine, resta l’amaro in bocca per una prestazione priva di sbavature, sotto il profilo tecnico-esecutivo (del resto, dagli
Alkaloid non ci si poteva aspettare nulla di diverso), ma decisamente scolastica e votata alla “finezza a tutti i costi”, a scapito dell’ispirazione e della sostanza, che in questa esibizione dal vivo, sembra mancare terribilmente, fatta eccezione per
Cthulu e per la conclusiva
The Fungi From Yuggoth, mentre i restanti brani non incidono come dovrebbero.
Insomma, questa versione “aristocratica” degli
Alkaloid si rivela un esperimento coraggioso, ma debole, oltre che dispersivo, finendo per non convincere totalmente; l’augurio, è che, in futuro, la band torni a “sporcarsi le mani” come si deve!