I
Glorious Bankrobbers suonano
sleaze-rock n’ roll, di un tipo (per semplificare) che mescola Rolling Stones e Hanoi rocks. E lo fanno discograficamente dal 1984, anche se la loro (effimera) popolarità l’hanno raggiunta nel 1989 con “
Dynamite sex dose”.
Ritornati in auge grazie all’ondata di
revival che ha investito il settore, hanno dimostrato di conoscere la materia meglio di altri, piegando gli inevitabili
cliché al loro innato buongusto, supportato da un’adeguata competenza tecnica tutta scandinava.
Con tali presupposti era abbastanza improbabile che “
Intruder”, il nuovo
full-length degli svedesi, offrisse inenarrabili “sorprese” espressive, mentre constatare che la
band continua a proporre la “sua” formula musicale con coerenza e pure con una certa “freschezza”, è certamente da considerare una buona notizia per chi ama queste sonorità.
Una sensazione di compiacimento rilevabile fin dalla
title-track dell’opera, che conquista al primo contatto attraverso una forma di strisciante
pop-metal che rimanda direttamente agli insegnamenti di un “certo”
Alice Cooper.
Con “
We can go higher” il clima sonoro diventa più sbarazzino e
anthemico, per poi intingersi nei
groove glitterati dei T-Rex, aggiornati senza intemperanze in “
Rollin in Hollywood”.
“
Rabbit hole” è un buon saggio di spigliato
R n’ R tra Poison e The Quireboys, “
Come rain come shine” è un’efficace celebrazione Stones-
iana e dopo tante commemorazioni del “passato remoto”, i
Glorious Bankrobbers attestano, con il fosco tocco
grungy di “
Black jonas” di padroneggiare bene anche il “passato prossimo” del
Rock.
Si procede spediti con la grintosa e incalzante
“Ready for the good times”, per poi passare ad una “
Down” che attinge alle atmosfere trascendenti di certi The Who per realizzare un pulsante e adescante numero sonico.
Un paio di discreti
filler, denominati “
Vampire” e “
You let the devil in”, fungono da prologo alla sinfonica ballata
Bowie-iana “
Jane” e a una “
Starstriped western boots” che ancora una volta sfrutta il “vetusto” canovaccio del
blues n’ roll per attivare in maniera vivace l’apparato sensoriale dell’astante.
I
Glorious Bankrobbers, a dispetto del titolo del loro
album, sono dunque tutt’altro che degli “intrusi” nel
rockrama contemporaneo e anzi, a differenza di qualche “nostalgico” che interpreta gli stereotipi con eccessiva artificiosità, hanno pieno diritto di debita e meritoria frequentazione.
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