Ci sono esordi che arrivano dal nulla, senza clamore, senza pedigree, senza alcuna pretesa se non quella – nobilissima – di suonare heavy metal come si faceva quando il genere era giovane, affamato e libero.
E se non fosse stato per una segnalazione proveniente dal nostro leggendario forum (
grazie ancora al preziosissimo Paul Diamond!) me lo sarei completamente perduto, sepolto da centinaia di pubblicazioni settimanali da parte di etichette ed agenzie ben più pubblicizzate.
I cileni
Balmung appartengono esattamente a questa categoria: sconosciuti, fieramente old school, totalmente disinteressati alle mode europee del “tutto compresso, tutto uguale”. E proprio per questo irresistibili.
L’unico elemento davvero trascurabile è la copertina, che non invoglia certo all’ascolto. Ma basta premere play su "
Montañas sagradas" per capire che qui c’è sostanza, cuore e una sorprendente competenza stilistica. L’opener è un manifesto: riff affilati, ritmica incalzante, melodie che guardano dritte agli
Helloween di "
Walls of Jericho", ai Maiden più epici e ai
Riot di "
Thundersteel", con quell’energia giovanile che solo chi non ha nulla da perdere riesce a sprigionare. Un altro asso nella manica sono gli assoli funambolici ad opera di Alejand Balder, senza dubbio un devoto del maestro Yngwie Malmsteen, visto il suo amore per le scale neoclassiche.
La produzione è volutamente retrò, ma non nel senso “povero” del termine: è viva, dinamica, respirante. Mille volte meglio di tante uscite europee moderne che sacrificano tutto sull’altare della loudness war. Qui le chitarre graffiano, la batteria scandisce, il basso sostiene senza impastare, anzi finalmente si sente bene, è preponderante! Deo Gratias, ma perchè da noi sono diventati tutti incapaci?!
A svettare su tutto c’è la voce di
Adolfo Wagner, squillante, altissima, a tratti quasi sfrontata. Non si limita a cantare: declama, trascina, guida. E lo fa rigorosamente in spagnolo, scelta che potrebbe spaventare qualcuno ma che in realtà dona identità e carattere. È impossibile non pensare ai primi
Tierra Santa quando si ascoltano le sue esortazioni, anche se i Balmung sono più veloci, più aggressivi, più affamati.
La tracklist alterna brani tirati ad altri più cadenzati e solenni, mantenendo sempre un livello compositivo sorprendentemente maturo per un debutto. E quando arriva la strumentale "
El final del túnel", ogni dubbio residuo svanisce: i ragazzi sanno suonare, sanno scrivere, sanno costruire atmosfera senza bisogno di parole. A fine recensione vi posto il loro capolavoro "
Designio Supremo", concedetemi questi soli 8 minuti e sapetemi dire se vi stavo raccontando storie o davveri questi Balmung se ne sono usciti dal nulla con un discone!
Non sappiamo da dove siano sbucati, né se avranno un seguito ma ciò che conta davvero è che "
Mons Sacratus" è un disco fresco, entusiasta, autentico. Un lavoro che non copia ma respira gli anni ’80 e li restituisce con passione genuina.
Se insieme agli
Asedio rappresentano davvero la nuova frontiera dell’heavy metal ottantiano made in Cile, allora prepariamoci: laggiù sta succedendo qualcosa di molto interessante.
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