Com’è il nuovo
Exodus?
Mi ci è voluto un bel po' per assimilarlo, perché aldilà del mio essere fan della band di
Gary Holt e compagnia devo essere anche sincero e realista per etica.
Il disco nuovo, questo tredicesimo album mi convince a metà, passo oltre la querelle che ha suscitato il rientro di
Rob Dukes al microfono al posto di “
Zetro”
Souza e la brutta copertina, nell’ascoltarlo più volte ho notato un disco eccessivamente lungo, con brani altalenanti e altri invece che sono schegge impazzite di assoluto impatto.
Non mi convincono per niente le prime due tracce, tra cui la seconda “
Hostis humani generis” che sembra un recupero di idee vecchie ma senza mordente, la titletrack che pur essendo pesantissima, quasi doom a volte mi ha dato l’impressione di girare a vuoto.
Come anche la conclusiva “
The dirties of the dozen” non mi ha convinto abbastanza, invece brani come “
The changin me” che vede la partecipazione di
Peter Tägtgren e la seguente “
Promise you this” mi hanno stupito per la qualità dei friff e delle melodie dell’accoppiata
Holt/Altus.
Anche “
2 minutes hate” che è un bel vigoroso mid tempo come sanno fare bene i californiani con due gustosi solos mi è piaciuto; una menzione per
Dukes che in questo album non si è limitato ad urlare nel microfono ma ha reso la sua voce più malleabile e cantabile con discreti risultati.
Quindi un album che per me è sufficiente ma non abbastanza, se si fosse tagliato il minutaggio e qualche filler avrebbe meritato di più.
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