Gli
A Forest of Stars sono differenti.
Unici, inimitabili, non classificabili.
Completamente avulsi da ogni logica di mercato e fedeli solo a loro stessi.
Artisti veri, in poche parole.
Dopo otto anni di silenzio, tornano sul mercato discografico e distillano classe ad ogni nota regalandoci un album semplicemente sensazionale: 74 minuti di "tutto", 6 brani meravigliosi, in bilico sull’intero spettro espressivo del metal (e non solo), 74 minuti di emozioni diluite nell’alveo di strutture progressive "accessibili" dal sapore antico, brutalità estrema, violini (grandi protagonisti) e flauti leggiadri, partiture elettriche che si aprono ad orizzonti sconfinati, una interpretazione vocale (spesso recitata come fossimo al cospetto di una poesia), sia maschile che femminile, in grado di sorprendere per la sua poliedicitrà e profondità espressiva, 74 minuti cangianti, schizofrenici, a volte lisergici e, certo, molto britannici, perfettamente bilanciati alla ricerca di una forma canzone che, seppur assente, si sente fortissima.
"Stack Overflow in Corpse Pile Interface", ancora oggi, dopo quasi 20 anni di carriera del gruppo, sorprende, esattamente come avevano fatto i suoi predecessori, e lo fa ricorrendo solo ed esclusivamente alla genialità dei suoi autori i quali, nel rispetto della vera avanguardia musicale, non si pongono alcun limite, non vogliono piacere o non piacere, vogliono solo esprimere sul pentagramma il proprio IO, senza doversi giustificare di alcune scelta, ma, anzi, elevando ogni scelta a livelli irraggiungibili per chiunque, perchè qui parliamo, mi ripeto, di vera Arte, quella, cioè, riservata a pochi, non per elitarismo spiccio, ma per la sua natura multiforme che richiede, nell'ascolto, dedizione assoluta e tempo, in aperto contrasto, quindi, con il mondo moderno fatto di attimi e fretta senza anima.
Gli
A Forest of Stars non raggiungeranno mai la fama o i grandi palcoscenici, e probabilmente è meglio così, tuttavia la loro musica entrerà profondamente nelle vostre teste e nelle vostre anime attraverso melodie e squarci sonori che edificano, senza soluzione di continuità, abbaglianti ponti, di cui non vediamo i confini, sul vortice dissonante di strumenti, suonati con un gusto tutto speciale, che si crogiolano, gloriosamente ed a tratti alieni, nel caos di un album magnifico per il quale, la lunga attesa di otto anni, non poteva essere meglio ripagata.
Strepitosi.
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