Beh… nome della band e artwork del loro secondo album avrebbero messo fuori strada tanto un posato Hercule Poirot quanto il più scaltro Patrick Jane, figuriamoci uno ingenuo come il sottoscritto.
Su questi (micro)solchi non troviamo, infatti, sonorità epiche e bucoliche, e tantomeno rimandi ad un altro ben più famoso e datato (1976) "Rising", ma uno scarno e riottoso Heavy Metal ottantiano caratterizzato da qualche influenza Punk Rock, anche se va riconosciuto agli
Olymp di guardare con passione e dedizione alla mitologia ellenica, quantomeno a livello lirico.
Gli
Olymp, provenienti da Augsburg (in Baviera), sono un quartetto nato dalle ceneri della precedenza esperienza nei Moral Hazard, autori di due album di Progressive Metal con voce femminile (la grintosa Mascha), nei quali militavano tutti e quattro i musicisti che ora fanno parte di questa nuova realtà: il batterista
Dominik Rankl,
André Möbius al basso e i due chitarristi
Armin Feigl e
Sebastian Tölle, con quest'ultimo ora anche dietro al microfono. E diciamo subito la voce di
Tölle non si sarebbe certo trovata a suo agio in un contesto Progressive Metal, e nemmeno alle prese con l'Epic o il Power Metal, infatti, siamo più dalle parti di Chris Boltendahl dei Grave Digger, Mark Tornillo degli Accept o Paul Evo dei Warfare.
Entrando nei meandri di "
Rising" lasciata scorrere l'intro d'ordinanza ("
Prodromos") si parte a razzo con "
Olive Wreath", brano ruvido e incalzato dall'ugola scartavetrata e declamatoria di
Tölle, con quel pizzico di melodia garantito dal guitarwork, con soluzioni che però non mi hanno convinto. Un po’ come avviene nella thrasheggiante (pur con un pizzico di Cirith Ungol e Saxon) "
Thread of Life", dove a livello di chitarra solista i nostri tornano nuovamente a far storcere il naso, assieme ad un refrain infelice. Lacune che affiorano anche negli episodi successivi, con "
Fire and Brimstone", l'autocelebrativa "
Olymp" e la speedy "
Titan War" che comunque provano a reagire mettendo in campo un po' di verve in più e con "
Eternal Torment" che ci carica sopra anche un bel po' di cattiveria, purtroppo smorzata dall'ennesimo guitar solo che pare buttato lì a caso. E se "
Orpheus" suona come una brutta cover degli Accept ecco la conclusiva
"White Rose" tentare - con non troppa fortuna - la carta del brano ad effetto, con i suoi chiaro scuri e spunti epicheggianti in debito con gli Iron Maiden ed i già citati Cirith Ungol.
Fatta la media, al momento sono più le cose che non vanno rispetto ai momenti vincenti. Li aspettiamo al varco del terzo full length, appuntamento che potrebbe/dovrebbe fare chiarezza sul reale potenziale degli
Olymp.
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