Non sempre la maturità è considerato un pregio, soprattutto in un ambito come quello del
rock n’ roll, in cui a volte è associata con troppa leggerezza ad una forma di pavido “imborghesimento”.
E allora, per evitare eventuali incomprensioni, allo scopo di esplicitare l’approccio musicale applicato dai
degreed nella nuova incisione “
Curtain calls”, prendiamo in prestito le parole del loro cantante / bassista
Robin Eriksson, che afferma “
I’ve never been as focused while making an album as I’ve been on this one”.
Dichiarazioni promozionali, certo, ma in effetti l’impressione d’ascolto è che gli svedesi abbiano intriso l’opera di un livello di “focalizzazione” espressiva finora vagamente latente nella loro pur encomiabile parabola discografica.
Il
mix tra “classico” e “moderno” e tra melodia e grinta, oggi sembra, se non sempre perfettamente equilibrato, almeno più “consapevole”, declinato lungo dieci frammenti sonori che a seconda delle diverse sfumature stilistiche puntano dritte al “cuore” della questione, e cioè l’espugnazione sensoriale di un numero ampio e variegato di estimatori del
rock melodico.
Un risultato che passa attraverso una maggiore intensità emotiva nella costruzione dei brani, di un tipo che rende l’arrembaggio sonico di “
One helluva ride” e “
Holding on to yesterday” esempi di viscerale
hard-rock lubrificati da melodie accattivanti ed eterogenee, destinati ad uno spiccato coinvolgimento “fisico”.
“
Believe” ammicca alla radiofonia contemporanea con appena un pizzico di eccessiva leziosità, mentre in “
Guiding light” ad emergere è ancora una volta l’elegante carica energetica con cui i
degreed riescono ad essere al tempo stesso accessibili e dinamici.
“
My blood” combina melodramma “antico” e
emo-tività “moderna” in maniera piuttosto efficace, e se la
title-track del disco interpreta al meglio il ruolo di martellante inno sinfonico / melodico, “
The rambler” svela l’indole bucolica e celtica di una formazione che fa della coscienziosa versatilità una delle sue migliori prerogative.
Una peculiarità “rara”, che purtroppo a volte viene un po’ diluita da un un’eccessiva fascinazione per il
mainstream, vedasi “
Matter of the heart”, e che invece risulta particolarmente rilevante quando, con l’introspettiva “
Broken dreams”, consente al gruppo di trasportare certe istanze di retaggio
pomp-rock dritte nel terzo millennio.
“
Curtain calls” affida l’ultimo passaggio della sua scaletta alla languida “
Promise me”, confermando la sensazione che anche nel settore squisitamente sentimentale, la ben nota propensione radiofonica dei nostri abbia acquisito ulteriore profondità.
Parlare di “crescita”, partendo da una già solidissima base artistica, non è dunque avventato, ma fedeli alla massima “dai migliori si pretende il meglio”, mi aspetto dai
degreed un bilanciamento definitivo delle loro diverse “anime”, confidando in un processo evolutivo non ancora giunto al capolinea.
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