Dieci lunghi anni dallo straordinario
album precedente.
Dieci anni in cui, a ritmi ormai insostenibili, il mondo è cambiato. Sempre in peggio.
Dieci anni nei quali, forse, solo la musica, certa musica, ci aiuta a conservare un barlume di speranza per il futuro comunque nerissimo che abbiamo di fronte agli occhi.
Dieci anni che hanno portato i
Downfall of Nur a
"And the Firmament Will Burn to Quench the Pain of This Earth": il firmamento che brucerà per spegnere il dolore di questa Terra.
Un titolo quasi profetico con il quale
Antonio Sanna, dalla remota Argentina, si rivolge alla sua Sardegna, in una profonda riflessione sulla memoria ancestrale e sui simboli strettamente radicati della sua Terra di origine.
"Profonda Riflessione": segnate bene queste parole poichè sono il senso ultimo di un album dal piglio contemplativo, privo di una narrazione lineare ma equiparabile ad uno spazio rituale nel quale, tra dolore, melodia, forza, antichi misteri, si sublima il concetto stesso di un Ambient Black Metal aperto a molteplici livelli di interpretazione che si configura come un atto di viva memoria e di tributo verso la Sardegna, Madre sacra e ferita.
Un tributo, non solo musicale, dalle radici profondissime, dai contorni liquefatti, grigio e ventoso, che spazia dagli inquietanti schizzi di Dark Ambient all'urlo, ferino, del Metal Nero, in una unione colma di lancinanti emozioni, atto imprescindibile di purificazione per un artista che affronta con la musica l'oblio per arrestare il perpetuo ripetersi della sofferenza sua e della sua Terra.
"And the Firmament Will Burn to Quench the Pain of This Earth" è molto più di un semplice album: esso è storia, lacrime, paura, solitudine, insignificanza, è, lo sottolineo, uno spaventoso concentrato di sentimenti ed emozioni che richiede tempo e profonda dedizione per essere scoperto in ogni sua parte, in ogni più piccolo anfratto, in ogni sua suggestione che sia di matrice dura (metal) o fatta di frequenze disturbate che ti scardinano l'animo dal suo interno, come uno schifoso veleno citotossico.
Al cospetto di opere di questa portata, che possono essere partorite solo nell'estremo da chi ha vero rispetto per l'arte, non ha alcun senso parlare di tecnica, di forma canzone, della durata sfiancante dei brani, del sibilare mortifero e maestoso degli strumenti, così come di un impianto melodico letteralmente lacerante: no, ogni disanima di questo genere non porterà da nessuna parte e non ci restituirà la grandezza di questo spettrale capolavoro e la sua vera essenza.
Allora, resta solo una strada: chiudere gli occhi, lasciare dietro di se se stessi ed il proprio mondo, e, al buio, farsi disintegrare in mille pezzi fino a raggiungere la liberazione ("Deliverance") finale e ricucire, in questo modo, il legame spezzato tra uomo, donna, terra e divino.
Brividi.
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