Copertina 7,5

Info

Anno di uscita:2026
Durata:49 min.
Etichetta: My Kingdom Music

Tracklist

  1. TEARS PAINTED SKY
  2. INNER SOLITUDE
  3. WHEN SILENCE DEVOURS
  4. MY WOUNDS ARE ETERNAL
  5. LE TUE OSSA SONO FREDDE
  6. PALE PRESENCE
  7. GREY, COLD AND UNFORGIVING
  8. RISE TO NOWHERE
  9. FUNERAL FAREWELLS

Line up

  • Joe Ferghieph: vocals
  • Rex Nebulah: keyboards
  • Nox Perpetua: drums
  • Aurian: guitars
  • Luca Difato: bass, violin

Voto medio utenti

Permettetemi, tanto per iniziare, di fare i miei complimenti ai Cultus Sanguine per la continenza sfoggiata una volta ancora: il loro nuovo full length vanta 9 brani, nessuno dei quali supera i 7 minuti, per una durata complessiva di 49 e spicci.
Una formula quantomai avveduta che contraddistingue, seppur con alcune minime variazioni, tutti gli album sinora partoriti dalla compagine meneghina.

Anche il profilo qualitativo di “Tears Painted Sky”, per fortuna, si mantiene costante e tarato verso l’alto, confermando appieno le impressioni più che buone suscitate dal precedente “Dust Once Alive”, come-back discografico immesso sul mercato nel 2023, dopo una significativa pausa di riflessione (quasi un quarto di secolo, al netto di qualche split).
E dal punto di vista stilistico?

Nemmeno in questo ambito si segnalano scossoni, e ci si muove dunque nel solco della continuità, al netto di alcuni piccoli distinguo.
Mi pare, ad esempio, che a questo giro sia stata accordata maggior attenzione al comparto canoro; da sempre elemento distintivo, le particolarissime vocals a cavallo tra stentorea declamazione e lamento disperato si giovano, oltre che di una posizione di preminenza nel mix (comunque nel complesso ben bilanciato), anche di maggior cura formale: layers, voci doppiate, echi ed effetti vari rendono questo particolare aspetto di “Tears Painted Sky” un grande punto di forza.
Tutto sommato subalterne, invece, le linee più “harsh”, ma alla luce delle partiture presenti si tratta di un accorgimento condivisibile.

Parliamo, in effetti, di un’opera dolente e sinuosa al tempo stesso, in cui il lutto si ammanta spesso e volentieri di una certa eleganza dalle tinte gothic (si ascolti l’incipit di “When Silence Devours” per chiarimenti in merito); la quota doom e quella più estrema, a questo giro, appaiono meno significative, e anche dalla strutturazione dei brani traspare la ricerca di maggior agilità e varietà.
I toni si mantengono comunque drammatici -e ci mancherebbe altro-, ma il grado di pesantezza complessivo, almeno alle mie orecchie, viene sempre mantenuto sotto controllo.

Sta a Voi, cari lettori, valutare se la traiettoria sonora appena descritta sia o meno da premiare; se ci tenete a conoscere l’umile parere di un estimatore di vecchia data, la risposta è senz’altro positiva.
Laddove sentiste l’esigenza di leve di persuasione, suggerirei di soffermarvi sull’impetuoso incedere strumentale dell’opening (nonché title) track, dalle fantasmagorie organistiche di “Pale Presence” e dalle spire di solenne mestizia che avvolgono la conclusiva “Funeral Farewells”.

Le sepolcrali atmosfere deliziosamente underground degli esordi potranno essersi in parte dissipate, ed un pizzico di mestiere qua e là, ad un ascolto attento, potrebbe screziare le vostre orecchie, ma la potenza evocativa e la personalità che i Cultus Sanguine sanno materializzare rimangono innegabili.
Piccolo grande patrimonio nazionale.
Recensione a cura di Marco Cafo Caforio

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