Permettetemi, tanto per iniziare, di fare i miei complimenti ai
Cultus Sanguine per la continenza sfoggiata una volta ancora: il loro nuovo
full length vanta 9 brani, nessuno dei quali supera i 7 minuti, per una durata complessiva di 49 e spicci.
Una formula quantomai avveduta che contraddistingue, seppur con alcune minime variazioni, tutti gli
album sinora partoriti dalla compagine meneghina.
Anche il profilo qualitativo di “
Tears Painted Sky”, per fortuna, si mantiene costante e tarato verso l’alto, confermando appieno le impressioni più che buone suscitate dal precedente “
Dust Once Alive”,
come-back discografico immesso sul mercato nel 2023, dopo una significativa pausa di riflessione (quasi un quarto di secolo, al netto di qualche
split).
E dal punto di vista stilistico?
Nemmeno in questo ambito si segnalano scossoni, e ci si muove dunque nel solco della continuità, al netto di alcuni piccoli distinguo.
Mi pare, ad esempio, che a questo giro sia stata accordata maggior attenzione al comparto canoro; da sempre elemento distintivo, le particolarissime
vocals a cavallo tra stentorea declamazione e lamento disperato si giovano, oltre che di una posizione di preminenza nel
mix (comunque nel complesso ben bilanciato), anche di maggior cura formale:
layers, voci doppiate, echi ed effetti vari rendono questo particolare aspetto di “
Tears Painted Sky” un grande punto di forza.
Tutto sommato subalterne, invece, le linee più “
harsh”, ma alla luce delle partiture presenti si tratta di un accorgimento condivisibile.
Parliamo, in effetti, di un’opera dolente e sinuosa al tempo stesso, in cui il lutto si ammanta spesso e volentieri di una certa eleganza dalle tinte
gothic (si ascolti l’
incipit di “
When Silence Devours” per chiarimenti in merito); la quota
doom e quella più estrema, a questo giro, appaiono meno significative, e anche dalla strutturazione dei brani traspare la ricerca di maggior agilità e varietà.
I toni si mantengono comunque drammatici -e ci mancherebbe altro-, ma il grado di pesantezza complessivo, almeno alle mie orecchie, viene sempre mantenuto sotto controllo.
Sta a Voi, cari lettori, valutare se la traiettoria sonora appena descritta sia o meno da premiare; se ci tenete a conoscere l’umile parere di un estimatore di vecchia data, la risposta è senz’altro positiva.
Laddove sentiste l’esigenza di leve di persuasione, suggerirei di soffermarvi sull’impetuoso incedere strumentale dell’
opening (nonché
title)
track, dalle fantasmagorie organistiche di “
Pale Presence” e dalle spire di solenne mestizia che avvolgono la conclusiva “
Funeral Farewells”.
Le sepolcrali atmosfere deliziosamente
underground degli esordi potranno essersi in parte dissipate, ed un pizzico di mestiere qua e là, ad un ascolto attento, potrebbe screziare le vostre orecchie, ma la potenza evocativa e la personalità che i
Cultus Sanguine sanno materializzare rimangono innegabili.
Piccolo grande patrimonio nazionale.