“
Lepszy wróbel w garści niż gołąb na dachu”.
Questo proverbio polacco -idioma ostico anzichenò- dovrebbe grossomodo significare “meglio un passero in mano che un piccione sul tetto”. Ossia: è preferibile accontentarsi di qualcosa di sicuro piuttosto che rischiare per qualcosa di incerto.
In effetti, il quartetto proveniente da
Cracovia -tra l’altro bellissima città- non sembra (ancora?) pronto per recidere il cordone ombelicale che lo lega al
black metal dissonante, acido e di taglio moderno che li ha contraddistinti sino ad oggi.
Semmai, con “
Psychohazard” assistiamo ad una maturazione degli ingredienti sfoggiati in occasione del buon esordio “
Drifting” (2023): la produzione si è fatta più pulita, chirurgica; le composizioni, pur concedendosi una qual certa libertà strutturale di fondo e il saltuario sfizio della digressione, sembrano maggiormente a fuoco; lo stesso livello esecutivo, da ultimo, sembra aver giovato di un visibile processo di perfezionamento.
Gli otto nuovi brani, come si diceva poc’anzi, mostrano un certo tasso di istrionismo, che si manifesta perlopiù negli arrangiamenti e negli interventi delle
keyboards, deliziosamente stranianti e capaci di donare la giusta coloritura emotiva.
Nel contempo, il retaggio estremo dei
Cursebinder rimane centrale, e per rendervene conto vi basterà posare l’orecchio sugli episodi più abrasivi (direi “
Saturnine Rage” e “
Made to be Sold”).
D’altra parte, pur nella complessiva ortodossia di “
Psychohazard”, una vena avanguardistica si fa comunque largo: penso
in primis alle decadenti divagazioni jazzy del singolo “
The Astronaut” -per chi scrive miglior episodio del lotto-, o ancora alle soffuse divagazioni della conclusiva “
Under the Skin”.
I Nostri, in ultima analisi, si confermano compagine talentuosa e da tenere d’occhio, forse ancora in cerca della loro vera identità, ma già oggi più che degna della Vostra attenzione.
Vedremo dunque se, in occasione del prossimo
full length, si manterranno nel solco sonoro delle prime due opere o se, al contrario, romperanno definitivamente gli argini e mi costringeranno a cercare un proverbio polacco sul cambiamento.
Nel frattempo vi delizio con questo: “
Indyk myślał o niedzieli, a w sobotę łeb mu ścięli”, che si traduce così: "il tacchino pensava alla domenica e sabato lo hanno decapitato".
Non c’entra granché, lo so, ma mi piaceva.
Nel frattempo lode ai
Cursebinder.
Non è ancora stato scritto nessun commento per quest'album! Vuoi essere il primo?