Partiamo segnalando come "
Never A Prophet In Your Own Land" rappresenti un appuntamento importante per i
Cloven Hoof dato che era dagli anni '80 che non realizzavano due album di fila con la stessa formazione, infatti, gli era riuscito solo con le accoppiate "Opening Ritual" (comunque un MLP) con "Cloven Hoof" e poi "Dominator" con "A Sultan's Ransom". Quindi questo vuol dire che per il nuovo album
Lee Payne ha rinnovato la sua collaborazione con
Harry "The Tyrant" Conklin, che un po' a sorpresa avevamo trovato al microfono del precedente "Heathen Cross" per quella che all'epoca si era intesa solo come una partecipazione estemporanea.
Compatti e coesi, i
Cloven Hoof partono quindi con "T
error from the Sky", che al di là del suo avvio quasi electro/pop si rivela una incalzante cavalcata all'insegna dell'Heavy & Speed Metal vecchio stampo e pur non essendo nulla di memorabile calza a pennello il ruolo di opener. Si apre invece su degli arpeggi di chitarra la seguente "
Conquistador" che sembra voler coniugare i Black Sabbath di "Seventh Star" con gli Iron Maiden più recenti, mentre dopo gli archi che ci introducono a "
Never a Prophet", brano che credo rimandi all'immagine di copertina con un Cristo trasfigurato e ancora trafitto alla sua croce che scende dal Golgota, scopriamo uno degli episodi più trascinanti e rappresentativi dell’album, pienamente pervaso dal miglior British Metal ottantiano ed interpretato in maniera strepitosa da
Conklin.
Segue un deciso cambio di rotta con la settantiana "
Gypsy Roller" e quel suo marcato flavour alla Deep Purple, con in evidenza, ben sorretto dall'incalzante drumming di
Ash Baker, l'Hammond di
Chris Dando, il quale accentua ulteriormente la sua importanza all'interno della band senza dover accontentarsi del ruolo di comprimario. Anche con "
The Bigger They Are" i
Cloven Hoof sembrano prediligere soluzioni tendenti all'Hard Rock piuttosto che legate alle radici nella NWOBHM, che comunque irrompe a pieno titolo nella seguente "
Iron Mask", dove non mancano spunti individuali di spessore, dal guitarwork della coppia
Hatton & Coss ai drappeggi di
Dando, per non parlare della - solita - superba prova di
Conklin, nell'occasione dai modi e toni piuttosto dickinsoniani. Ed i Maiden fanno ancora capolino lungo i primi passi di "
Phantom Chaser", che scaldandosi alza i toni con un'energia ed un'arroganza che in qualche frangente mi hanno fatto pensare ai Battleaxe di "Burn This Town".
Sin dalle sue prime battute "
Flying Dutchman" suscita grandi aspettative, e scopriremo poi come le appaghi appieno senza tirare troppo per le lunghe, infatti, pur essendo un episodio teatrale e dalle diverse sfaccettature, dove passaggi acustici e melodici si alternano ad altri più elettrici e maideniani, non sfora i cinque minuti di durata. E guardando nuovamente agli Iron Maiden, "
Prodigal Son" non è una cover dell'omonima canzone presente a suo tempo su "Killer" ma ci riporta in territori Hard Rock e stavolta smaccatamente stradaioli, mentre nella conclusiva "
Seven Sacred Wonders", al di là di qualche accenno a sonorità orientali, vediamo fondersi le già incrociate influenze seventies e la classe dei Rainbow con quelle pulsazioni più arrembanti ereditate dalla NWOBHM e dallo US Power Metal.
Ho apprezzato parecchio "
Never A Prophet In Your Own Land" ma, salvo alcuni episodi, non mi ha coinvolto quanto "Heathen Cross", credo soprattutto perché oggi la bilancia sembri pendere maggiormente verso una vocazione Hard piuttosto che orientata al versante Heavy e sulfureo che aveva caratterizzato il suo predecessore.
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