Se sino al precedente "Detritus Of The Final Age" erano stati produttivi e con tempistiche serrate tra un'uscita e l'altra, gli
Harlott per il nuovo album (il quinto) hanno lasciato invece trascorre ben sei anni.
Questa attesa non è comunque avvisaglia di cambiamenti per la formazione australiana, infatti, la line-up non ha subito modifiche, la casa discografica è sempre la
Metal Blade e sul piano musicale perseguono nella loro reinterpretazione del Thrash made in USA con un approccio più moderno, per un guitarwork più alla ricerca della varietà che del
Fast&Furious e di soluzioni ricche di groove.
"
Void", che segue l'intro "
Incipiam", prova subito a morderci alla giugulare, a livello lirico e con un Thrash Metal feroce e frontale, e qualche variazione in più grazie alle chitarre di
Andrew Hudson e
Leigh Bartley. E se indubbiamente gli
Harlott puntano forte sull'aggressività, la combinano con una resa sonora forse troppo sintetica e glaciale, sensazione che si fa ancora più marcata su "
Messiah Simplex" e sulla virulenta "
Trial by Liar", anche se ii assalto viene un po' smorzato da quei coretti alla Anthrax o Suicidal Tendencies. Coordinate sulle quali si muove anche la seguente "
The God That Knows No Name", nella quale pare di cogliere un pizzico dei Trivium, mentre la slayeriana "
Kleptogenesis", con in grande spolvero il basso di Tom Richards, si rivela maggiormente old school.
A parte i vari accostamenti, quel che è certo è che gli
Harlott sanno di essere padroni della materia, e lo mettono subito in chiaro con una manciata di brani dove Exodus e Sacred Reich sembrano venire a compromessi con il più classico Heavy Metal, da "
A Still More Glorious Dawn Awaits" e "
The Joyful Stain" sino alle più feroci "
Endling" e "
Vice Borne".
La conclusiva "
Exsequiis", cui si rifà la copertina di
Shaun Farrugia, si apre su un mood sabbatthiano che poi prende sentieri battuti a suo tempo dai Nevermore, sia nei passaggi più inquietanti sia quando l'aria si fa rovente e ci si spinge nuovamente dalle parti degli Slayer con
Hudson che dietro al microfono assume sfumature alla Tom Araya.
Come per i precedenti lavori, non riesco a scacciare quella sensazione di aver ascoltato del buon Thrash Metal, ma accompagnato da passaggi e chitarrismi elaborati e talvolta ostici con l'aggiunta di ritornelli al limite del Metalcore, che sembrano piazzati lì per diversificare ed evitare un'eccessiva dipendenza dagli anni d'oro del genere, ma risultano spesso poco integrati e finiscono con lo stemperarne l'effetto complessivo invece di arricchirlo.
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