In un panorama musicale saturo di proposte, capita che per indirizzare i propri ascolti nella categoria delle “novità” ci si affidi a dettagli “futili” come può essere il nome della
band, capace d’incuriosire prima ancora di fornire indizi “illuminanti” sulla tipologia sonora professata.
Ed è così che ho “scoperto” i
Godzilla In The Kitchen, trio di Lipsia in realtà già autore di due
album in studio (l’eponimo del 2015 e “
Exodus” del 2022) e di un disco dal vivo (“
Live at break out” del 2023) e oggi artefice di questo “
Termination sequence” che a quanto si apprende sancisce il “nuovo corso” del
sound del gruppo, definito “
molto più pesante e aggressivo rispetto al passato”.
Eh già, perché se la stravagante denominazione ha attirato l’attenzione, subito dopo si è passati ad un ovvio e doveroso approfondimento conoscitivo, scoprendo che i tedeschi propongono una miscela di
rock psichedelico,
stoner,
metal e
progressive, alla prova dei fatti molto intrigante almeno per chi apprezza smaniose entità artistiche come Tool, Soen, Karnivool e Mastodon.
Riferimenti con cui i nostri condividono la visione espressiva, elaborata però in maniera abbastanza “personale” o comunque mai fastidiosamente prevedibile o pedante.
Eccellente tecnica esecutiva e un
songbook che si esplicita attraverso evoluzioni tese, mutevoli, ipnotiche, dagli scatti brutali, costituiscono il “cuore” di un albo subdolo e catartico, che appare “coerente” anche dal punto di vista dei testi, ispirati dagli eventi turbolenti e dalle contraddizioni del mondo contemporaneo (in particolare segnalo le liriche di “
Humility”, dedicata a chi non ha “l’umiltà” di riconoscere i limiti della propria conoscenza ed è convinto di “sapere tutto” … una critica particolarmente significativa in un’epoca in cui i titoli degli articoli giornalistici sono sufficienti per padroneggiare un argomento, una superficiale conoscenza diventa verità e un breve
post sui
social media sostituisce la vera competenza …).
Musicalmente, come anticipato, l’universo evocato dai
Godzilla In The Kitchen appare un dedalo di rabbia, inquietudine, stordimento e melodramma, il tutto “armonizzato” in maniera piuttosto convincente attraverso
groove possenti e melodie stranianti.
Esemplare in questo senso è l’atto d’apertura “
Nothing for none”, con il basso pulsante e la voce ieratica e viscerale di
Simon Ulm che s’intersecano ad arte con la chitarra fremente di
Eric Patzschke e i tamburi irrequieti del batterista brasiliano
Thiago Presto.
Si prosegue con le spigolosità estatiche di “
Humility” e “
Birdsong”, con il magnetismo “orbitale” (di chiara ispirazione Tool) di “
Empty cribs” e con le abbacinanti rifrazioni etnico / siderali di “
Everyday people”, mentre “
No sign of life” accentua ulteriormente la componente “insinuante” e obliqua delle geometrie soniche, edificata sul fraseggio aguzzo delle chitarre e sui ritmi spezzati, per poi sfociare in un implacabile crescendo emotivo.
Space-rock,
stoner, squarci
growl e pure un fugace sconfinamento nei territori
western (!) alimentano “
Wonder” e conducono alla
title-track finale, un’altra felice applicazione di memorie Tool-
esche, tra crepuscoli
dark, vibranti spirali chitarristiche, rintocchi tribali e trasformismi vocali.
A tratti forse ancora un po’ troppo “riconducibili” ai loro numi tutelari, i
Godzilla In The Kitchen si segnalano comunque con una certa “prepotenza” tra i migliori e più promettenti interpreti del genere e attenzione ad accogliere questo singolare “dinosauro” teutonico nelle vostre case (“cucina” compresa …) … il rischio è che non vorrete più mandarlo via concedendovi spesso e volentieri ai suoi irretenti ruggiti.