La resa sonora e le esecuzioni “sporche” e imperfette … “
Live from The Inner Sanctum” riporta i
musicofili della mia generazione a come spesso si presentavano le incisioni dal vivo ai “nostri tempi”.
Un approccio, quello scelto dagli
Heavy Temple, che ci riconsegna gli
occult-rockers americani nella versione più istintiva e viscerale, in cui la loro intensa e abbastanza versatile miscela di
psych-rock,
doom e
stoner non smarrisce la spiccata capacità di coinvolgimento e turbamento emotivo.
Certo, come anticipato, non bisogna aspettarsi suoni laccati e irreprensibili, e il rischio è che tali “imperfezioni” diventino un limite importante nelle valutazioni di chi è abituato a ben altri livelli di (rimaneggiata) “esplosività” acustica.
Quello che, al netto di ogni altra considerazione, ritengo particolarmente rilevante è la costante tensione espressiva, sinistra, ipnotica e rituale, che il repertorio (qui incentrato sul più recente “
Garden of heathens”) del gruppo trasmette all’astante, in una sorta di
trip stordente e impetuoso, intriso di cariche lisergiche e di convulse impennate elettriche.
In tale contesto, il ruolo da vestale di
Elyse ‘High Priestess Nighthawk’ Mitchell risulta interpretato con conturbante e imperioso fascino anche in questa versione “cruda” e non rifinita (e talvolta pure leggermente lacunosa), a ulteriore testimonianza di un carisma innato e di certo indipendente dalle diffuse manipolazioni tecniche degli studi di registrazione.
Per quanto riguarda il comparto squisitamente musicale, le dilatazioni strumentali, sebbene a volte vagamente ridondanti, contribuiscono all’effetto straniante di “
Live from The Inner Sanctum”, un albo che, con tutte le sue “spigolosità”, alimenta il desiderio di assistere in prima persona ad un
happening officiato dagli
Heavy Temple, un’esperienza che credo proprio meriti di essere vissuta da chi ama queste sonorità.
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