U.D.O. - Monografia 1987 - 1991

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Pubblicato il:06/04/2026
‘Una giornalista inglese negli anni Ottanta descrisse la sua voce come quella di un alieno che stava partorendo’.

Descrizione particolare, ma a tratti azzeccata quella che venne fatta sullo stile vocale particolare di Udo Dirkschneider, cantante tedesco famoso ai più per aver legato indissolubilmente la sua persona, ma soprattutto la sua voce, agli Accept, storica band heavy metal. Non parliamo di un Bruce Dickinson o di un Rob Halford, estremamente versatili e potenti, capaci di adattare le loro corde vocali ad ogni singolo cambio di riff e momento, tutto il contrario. Udo aveva, ed ha ancora (età permettendo, attualmente il colonnello ha 73 anni) una voce molto graffiante, urlante, atipica, pensate a tutto ciò che viene in mente quando vi dicono grazioso, ecco, Udo è il contrario. Ma proprio questa sua diversità vocale fece grandi gli Accept, assieme al talento dei suoi compagni di strada, specie Wolf Hoffmann, totalmente diverso dalla massa ma per questo affascinante nella sua stranezza.

Dopo successi su successi, e una carriera discografica che impiegò breve tempo a decollare, gli Accept grazie a dischi come ‘Restless And Wild’, o ‘Metal Heart’ riuscirono a scalare le classifiche, ma fu proprio quest’ultimo album a far intravedere le prime crepe specie tra il chitarrista Wolf Hoffmann e Udo. Quest’ultimo non approvò totalmente la direzione più orecchiabile del disco, e seppur il successivo ‘Russian Roulette’ del 1986 fu una sorta di ritorno ai primi tempi, diciamo del periodo 1980-1982, la scelta di intraprendere una carriera solista era ormai vicina, e il cantante la colse al volo formando gli U.D.O., e registrando e pubblicando il debut album ‘Animal House’ neanche un anno dopo.

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Aneddoto interessante fu quello che i pezzi contenuti in ‘Animal House’ erano stati scritti per la gran parte da Hoffmann stesso, prima di essere rimaneggiati nelle fasi finali del songwriting, ed effettivamente già ad un primo ascolto si intuisce subito la matrice “acceptiana”. Uno dei punti di forza della prima fase degli U.D.O., fino al 1991, è senza ombra di dubbio rappresentato dal chitarrista Mathias Dieth, ai tempi proveniente dai Gravestone e dai Sinner, dallo stile potente ed incisivo, molto simile a un George Lynch ma con i classici stilemi del metal classico tedesco, più robusto, oltre che ad una flessibilità nel cambiare genere sicuramente non scontata, come vedremo anche più avanti commentando i dischi.

In questo, ‘Animal House’ è decisamente uno degli album più rappresentativi degli U.D.O., passando da veri e propri anthem come la Titletrack, o le veloci ‘Go Back To Hell’ e ‘Ww Want It Loud’. In parallelo alla carriera degli Accept, che in quel periodo uscivano con ‘Eat The Heat’, decisamente più improntato su tonalità molto più melodiche, il lavoro approntato e rifinito da Udo apparve ai fan come la scelta in cui riporre la maggior parte della fiducia. Un album in cui, comunque, si possono intravedere diverse facce, tra le ottime ballad ‘They Want War’ (divenuta un caposaldo della band, specie per le tematiche mai scontate) e ‘In The Darkness’, con una prova maiuscola di Udo, alle sonorità più dark di una ‘Coming Home’, o dove i riff di chitarra vanno a prendersi prepotentemente la scena come su ‘Black Widow’.



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In una fase di ispirazione molto accesa, neanche un anno dopo fu il tempo di ‘Mean Machine’, dove la lineup (eccetto per Mathias e, ovviamente, Udo) cambiò totalmente, e dove è bene segnalare l’ingresso al basso di Thomas Smuszynski, appena uscito dalla collaborazione con Axel Rudi Pell, e che nel 1991 uscito dagli U.D.O. inizierà la sua avventura (anche abbastanza lunga) con i Running Wild. Compito di questo disco, come si può intuire da quanto scritto poc’anzi, era quello di provare che gli U.D.O. potessero andare avanti sulle loro due gambe, e a grandi linee il compito poté dirsi assolto. Dico così perché, pur ritenendo ‘Mean Machine’ un ottimo album, il paragone sia con il precedente che con i due successivi di cui parleremo fra poco, è abbastanza netto. Rispetto ad ‘Animal House’ infatti, qui troviamo una maggiore omogeneità del sound che, attenzione, non fa suonare l’album in maniera troppo monolitica e simile a sé stesso nelle canzoni, ma che non offre molta diversità. Questo non toglie assolutamente nulla a pezzi di alta qualità, specie nella prima metà, come ‘We’re Hystory’, la ritmata Titletrack con il suo ottimo ritornello, o il mid tempo di ‘Break The Rules’, una struttura della canzone che diventerà poi uno dei trademark degli U.D.O., soprattutto nella loro seconda fase di carriera. Si alterna poi il tutto con i chorus più canticchiabili di ‘Dirty Boys’ e ‘Lost Passion’, mentre ‘Catch My Fall’ si regge in equilibrio tra un riffing deciso e una melodia molto più marcata nel ritornello. Insomma, ‘Mean Machine’ potrebbe essere tranquillamente visto come uno di quei classici album di transizione, ma che sa dire ad alta voce la sua, senza rischiare di essere sminuito in maniera troppo preponderante da chi è venuto prima e chi verrà dopo.



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Nuovamente, nel 1990, la band esce con ‘Faceless World’, con una copertina ritraente il bellissimo (ironico ndr) occhio di Udo. Nota a parte sulle cover, neanche quella di ‘Mean Machine’ era tutto fuorchè esaltante, ma fortunatamente la qualità sia in quel caso, che in questo, è di tutt’altra pasta. Qui il tipico heavy metal cambia ancora leggermente forma, riprendendo in parte il discorso di ‘Metal Heart’, con sonorità molto più accessibili e influenzate da tastiere e ritornelli easy listening. Parliamo ad esempio di ‘Stranger’ o ‘Blitz Of Lightning’ con cori di rinforzo nettamente più presenti , dove al primissimo ascolto si può capire subito la differenza ad esempio con ciò che era presente su ‘Animal House’. Altro esempio è la Titletrack, mentre si torna su lidi decisamente più teutonic metal con ‘Restricted Area’, acceptiana nel suo incedere, o nel mid tempo (come dicevo prima) ‘Living On A Frontline’, andando ancora avanti con ‘Born To Run’. Nonostante il cambiamento, l’album fu uno dei maggiori successi di vendita degli U.D.O., sicuramente un risultato non da poco. Questo inoltre fu il primo disco di molti prodotto da Stefan Kaufmann, batterista degli Accept e futuro chitarrista di Udo.



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Nel 1991 la pelle degli U.D.O. cambia ancora, pubblicando (anche in questo caso, a breve distanza) ‘Timebomb’, ultimo disco prima della reunion con gli Accept, e che ha rappresentato a parere di chi scrive, l’apice mai più raggiunto dal gruppo. Con chiarissime influenze priestiane, freschi della pubblicazione qualche mese prima di ‘Painkiller’, questo lavoro degli U.D.O. prende a pieni mani da quella pubblicazione di Halford e soci, andando a rimodellarla secondo gli stilemi del gruppo. Scordatevi rallentamenti, ballad, l’atmosfera che si respira qui è totalmente heavy metal, dalle velocissime ‘Burning Heat’, ‘Powersquad' (dove la voce di Udo è più graffiante del solito), a ‘Thunderforce’, il risultato complessivo è quello di un disco estremamente compatto, ma per nulla noioso, e che differisce rispetto a ‘Mean Machine’ dove ho fatto un discorso pressochè simile in una maggiore maturità e consapevolezza del gruppo, specie per Mathias Dieth che qui sfoggia la sua prova migliore, grazie sia alla strumentale ‘Overloaded’ o agli assoli debitrici della coppia Downing/Tipton su ‘Kick In The Face’ e la Titletrack. In nessuno dei dischi successivi, gli U.D.O. raggiungeranno più questo heavy metal molto più 'in your face', e pertanto 'Timebomb' rimane un bellissimo unicum nella carriera del gruppo, a testimonianza di come la band in questi pochi anni di attività abbia saputo diversificarsi rimanendo comunque fedele alla propria proposta, e macinando ugualmente vendite su vendite.



Dopo il tour promozionale dell’album, gli U.D.O. verranno messi in pausa indefinita sulla fine del 1991 causa reunion degli Accept, inizialmente accolta con entusiasmo grazie all’album ‘Objection Overruled’, poi andata scemando con due album abbastanza mediocri come ‘Death Row’ e ‘Predator’. Torneranno poi nel 1996, con una lineup completamente ridefinita, fatta eccezione per Stefan Kaufmann che fungerà sia da produttore che da chitarrista, e dall’amico Stefan Schwarzmann alla batteria, che rimarrà fino al 1998, per poi tornare anni dopo negli Accept con Mark Tornillo alla voce. Susseguiranno dischi che si attesteranno sempre sul buono/sufficiente, fatta eccezione per i primi due post reunion ‘Solid’ e ‘No Limits’, e la carriera degli U.D.O. proseguirà senza grossi scossoni, restando su un metal classico abbastanza lineare ed estremamente affidabile. Resta però il fatto che i primi quattro album di questa band siano dei must have, specie ‘Timebomb’ e ‘Animal House’, per capire l’evoluzione della scena heavy metal in Germania, e di come Udo Dirkschneider abbia giocato un ruolo fondamentale nel suo sviluppo.
Articolo a cura di Francesco Metelli

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