Passano le stagioni, passano le mode, ma i Rain sono lì da oltre 40 anni, più in forma adesso che ai loro esordi. Visti dal vivo un paio di volte negli ultimi 2 anni ho pensato bene di fare un po' il punto della situazione con il loro leader Amos che, come sempre, si è rivelato un gran personaggio bello scoppiettante :D
Buongiorno Amos, e grazie per la tua disponibilità: direi di iniziare facendo un po' il punto della situazione sui Rain dopo circa 40 anni di attività (il vostro primo demo risale al 1986)…
Ciao caro Riccardo,
Rain nasce nel 1980. Il demo del 1986 è una tappa, non l’inizio. Nel 1998 entro in formazione e da lì i
Rain smettono di chiedere permesso: ci prendiamo i palchi italiani con un live che non lasciava scuse, né a noi né a chi suonava dopo. Dopo più di quattro decenni siamo ancora qui per un motivo: non abbiamo mai confuso la scena con il lavoro. Siamo tra le realtà più longeve del rock/metal italiano, ma non ci interessa la nostalgia: ci interessa essere credibili adesso.
Da quando i Rain si sono formati ad oggi ci sono stati molti cambi di line up che hanno comportato anche dei cambi stilistici a mio avviso importanti: credi che questa modernizzazione del sound sia dovuta solo ai cambi di line up e quindi all'arrivo delle influenze di nuovi membri o sia stata solo una tua evoluzione come musicista?
Chi dice "è colpa della line-up" racconta una favola comoda. I cambi di membri portano idee, ok, ma la direzione la decide chi guida. Dal ’98 in poi la priorità è stata chiara: palco e canzoni, non alibi. Modernizzare per noi non è "inseguire il trend": è far suonare più forte e più chiaro quello che siamo, con standard attuali. Se un suono è impastato o una produzione è pigra, oggi non è "underground", è solo fatta male.
Durante questi cambi di line up è stato è stato anche aggiornato il logo della band: è stata un'esigenza dettata dal fatto di voler chiudere un po' con il passato e guardare al futuro o ci sono dietro altri motivi?
No. "Chiudere col passato" è roba da insicuri. Il logo è stato aggiornato perché deve funzionare ovunque: merch, palco, digitale, stampa. Se un simbolo non è leggibile e non ha carattere, è inutile. La storia ce l’abbiamo addosso, ma non siamo obbligati a vestirci come nel 1986 per dimostrare qualcosa.
L'ultima volta che vi ho visto dal vivo è stato a Bologna nell'aprile 2025 per la DirtyRain Fest: vuoi raccontare a chi non è stato presente di cosa si stratta?
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Era un evento, non "una data". Un format pensato con una regia: line-up, ritmo, atmosfera e identità. Bologna ha risposto perché quando fai le cose sul serio la gente lo capisce subito. E quando dico "sul serio" intendo che si esce con la sensazione di aver visto uno show, non una scaletta.
So che poi c'è stata una seconda edizione di questa DirtyRain Fest a cui purtroppo non ho potuto partecipare: vuoi spiegarci come si è evoluta la cosa rispetto alla prima edizione? Ci saranno altre serate come questa? Con quali novità se puoi spoileraci qualcosa?
La seconda edizione è stata più matura: più cura, più scorrevolezza, più impatto. Quando un format funziona la tentazione è replicarlo fino a svuotarlo: noi non lo facciamo. Se lo rifacciamo è perché abbiamo qualcosa da aggiungere, non perché "tocca". Ci saranno altre serate? Sì, ma solo con standard alto. Spoiler: stiamo lavorando su ospiti e contenuti che abbiano un senso artistico e scenico. Niente figurine: se non alza l’asticella, non entra. Dirty Rain Fest avrà una tappa fissa a metà Novembre sempre su Bologna, poi pian piano porteremo il format anche in giro per l’Italia.
Anni fa avete registrato una cover di "Disperato Erotico Stomp" di Lucio Dalla, una scelta tanto curiosa quanto coraggiosa: come siete arrivati a questa idea?
È un brano enorme, punto. E le canzoni enormi reggono qualsiasi vestito, se le rispetti. Non l’abbiamo scelta per fare i simpatici o per l’effetto "coraggio": l’abbiamo scelta perché aveva groove, personalità e scrittura vera. La vera sfida non è fare una cover, è farla senza trasformarla in una caricatura.
Altre cover che avete registrato negli anni che mi vengono in mente sono "Rain" dei Cult con Steve Sylvester come ospite, "Deuce" dei Kiss e "Dirty Diana" di Michael Jackson: so che molte band non amano fare cover mentre a voi sembra piacere parecchio...
Perché una cover, se fatta bene, è un test. Ti mette davanti a una canzone che non puoi "aggiustare" con la scusa del tuo stile: o la reggi o no. E poi è un modo per dichiarare cosa ti ha formato, anche fuori dai confini del metal. Noi non le facciamo per riempire un set o per nostalgia: le facciamo quando c’è un motivo, e quando possiamo farle nostre. Chi non le fa è perché non ce la può fare molto spesso.
Negli ultimi anni avete partecipato a 2 festival molto importanti quali Wacken e Luppolo in Rock: vuoi raccontarci come sono state queste due esperienze?
Sono due contesti diversi ma con una cosa in comune: ti mettono alla prova sul serio. Palchi grandi, organizzazioni importanti, pubblico che non ti regala nulla. Sono esperienze che ti ridimensionano e ti caricano insieme: capisci cosa funziona, cosa va stretto, cosa devi potenziare. E quando vedi che la risposta arriva, capisci anche che il linguaggio è universale: se il pezzo e la performance tengono, tengono ovunque.
Da qualche anno avete iniziato una collaborazione con Dirty Dianas exotic pole dancers: vuoi parlarcene?
È una collaborazione artistica, non un "contorno". Se fai rock dal vivo, lo show è parte del pacchetto: luci, presenza, ritmo scenico. Loro sono professioniste, e la cosa funziona perché è preparata, provata e pensata come parte della performance. Non è improvvisazione, e non è decorazione casuale: è un elemento in più che amplifica l’impatto del live.
Non è la prima volta nel mondo del metallo pesante che la gnocca e la musica vengono accostati così prepotentemente: non hai paura che la gente possa pensare che sia solo uno stratagemma per attirare più pubblico senza concentrarsi davvero sulla musica?
ahahha …La domanda parte già male, perché mette la musica su un piedistallo "puro" e lo show nel cassetto "furbo". Nel rock lo show è sempre esistito. La differenza è semplice: se i pezzi non valgono, lo show non ti salva. E se i pezzi valgono, lo show li potenzia. Noi non abbiamo paura dei moralisti: chi vuole ascoltare a occhi chiusi lo faccia a casa. Dal vivo paghi per un’esperienza completa. E noi gliela diamo. La musica non la puoi nascondere: se i pezzi non funzionano, la gente se ne accorge in due minuti. L’estetica nel rock esiste da sempre: la differenza è se la usi per coprire il vuoto o per potenziare un contenuto che c’è già. Noi la usiamo nel secondo modo. E ti dirò di più: se qualcuno viene per curiosità e poi resta per le canzoni e per la band, per me è una vittoria. Non ho paura di essere oscurato dalla componente femminile, poi se a qualcuno la figa fa paura in effetti fa bene a stare a casa, non vogliamo turbare nessuno ne intasare gli ospedali italiani già sovraffollati purtroppo.
Negli anni avete realizzato numerosi videoclip per la vostra musica: guardandoti indietro quale pensi sia il più bello e quale il più rappresentativo per la band?
Il più bello, spesso, è quello che oggi guardi e dici "questa cosa sta in piedi anche solo come video", senza doverlo giustificare con l’epoca. Il più rappresentativo invece è quello che cattura la band per davvero: suono, attitudine, identità. Se devo scegliere un criterio: "bello" è qualità e regia; "rappresentativo" è verità. E non sempre coincidono. Per questo consiglio ai lettori di andare sul nostro canale youtube a vederli tutti e lasciare commenti, li leggo spesso e mi fa molto piacere riceverne.
Sono passati, se non erro, ben 4 anni dal vostro ultimo full lenght: a quando un nuovo lavoro in studio sulla lunga distanza? Avete già qualcosa di pronto a parte i singoli usciti negli ultimi 2 anni?
"A New Tomorrow" è del 2022. Nel frattempo abbiamo scelto di far uscire singoli perché oggi il modo di ascoltare è cambiato e perché preferisco pubblicare quando il materiale è pronto, non quando lo pretende il calendario. Ma un full length è un’altra cosa: deve avere una direzione, un suono coerente, e brani che reggono dopo dieci ascolti, non solo al primo. Materiale c’è e stiamo lavorando: quando uscirà, deve essere un disco che giustifica l’attesa, non un riempitivo.
Ultima domanda: molti anni fa avevate organizzato la Raincrew Convention a cui partecipai e che trovai un'idea interessante ma che purtroppo non è mai stata replicata. Come mai? Hai intenzione di riprendere in mano il progetto?
Perché organizzare una cosa del genere non è "fare una data": è logistica, tempo, energie, budget e una squadra che lo sostenga. Se la fai tanto per farla, viene male e ti bruci. A me interessa riprenderla solo se ha senso e se possiamo farla bene, magari anche in una formula aggiornata: meno "evento unico" e più appuntamento curato, sostenibile, con contenuti veri. L’idea non è morta: è in stand-by finché non c’è la condizione giusta. Al momento la naturale evoluzione della
Raincrew Convention è proprio il
DirtyRain Fest, e come tu ben sai, noi non promettiamo: facciamo. Il resto lo decide il volume e quanto reggi dal vivo. Dopo quarant’anni non devi convincere: devi suonare. E noi suoniamo.