Copertina 4,5

Info

Genere:Prog Rock
Anno di uscita:2010
Durata:56 min.
Etichetta:Magna Carte

Tracklist

  1. BLACK GARDEN
  2. PASSAGE TO THE DEEP
  3. WIDOWS WATCH
  4. ENCOUNTER OR ABSENCE
  5. STORM AT SUNSET
  6. SUMMER'S FALL
  7. PATH OF THE WARRIOR

Line up

  • Ken Jaquess: bass
  • Josh Gleason: vocals
  • Karl Johnson: guitar
  • Ryo Okumoto: keyboards
  • Doug Sanborn drums

Voto medio utenti

Cosa succede se si mettono insieme alcuni dei migliori musicisti prog attualmente disponibili, li si affianca ad un cantante che è la copia spu-do-ra-ta di Peter Gabriel, e si annaffia il tutto con una dosa abbondante di prog rock, canzoni lunghe, parti strumentali intricate e virtuosismi a rotta di collo? Avete risposto “un super-discone progressive”, vero? EEEEE NO! Stavolta no!
Ammetto di essere stato io il primo a rimanere basito, viste le premesse… Ken Jaquess, Josh Gleason, Karl Johnson, Ryo Okumoto, Doug Sanborn, insomma c’era di che leccarsi i baffi… Ed invece, questo secondo album dei K2, a titolo “Black Garden” è quanto di più noioso, autoerotico, progressivamente banale mi sia capitato di ascoltare da un po’ di tempo a questa parte. Tanto per cominciare, John Gleason, sbandierato ai quattro venti come la copia-carbone di Peter, non ne ha il minimo spessore interpretativo, producendo una voce spesso fastidiosa, esageratamente clonante, mai personale. E poi le composizioni: lunghe strutture con poco capo e pochissima coda, atmosfere spesso rarefatte, che raramente riescono a brillare di luce propria. Di certo non sto parlando di un disco “brutto”, nell’accezione classica del termine, ma devo ammettere che ci andiamo vicino… Diceva mio nonno “piuttosto che parlare a vanvera, non parlare”; questo antico e saggio detto potrebbe benissimo applicarsi ai K2, che a mio avviso avrebbero potuto lavorare un po’ di più alle composizioni di “Black Garden”, prima di decidere di dargli una forma definitiva. Soprattutto le canzoni più lunghe sembrano risentire di una generale pochezza in fase compositiva, che i 5 hanno ruffianamente cercato di camufare grazie alle indubbie doti sui rispettivi strumenti. Ma non basta un bel vestito a farmi piacere una donna-cozza, e di certo non basteranno ottime prove strumentali a dare spessore ad un album sciatto, troppo fine a se stesso, evitabile.
Recensione a cura di Pippo ′Sbranf′ Marino

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