Sensibile e delicato come un fiore appena colto, affascinante come le Tenebre e fragile come il perfetto, effimero equilibrio della Vita. Questo è un platter da lagrima, come lo era stato 'Wildhoney' nel lontano 1994 e come non lo erano stati il pur bello 'A Deeper Kind Of Slumber', l'interlocutorio 'Skeleton Skeletron' ed il nebuloso 'Judas Christ' (forse ancora troppo radicato al progetto solista dell’inquieto singer). Ora, nel 2003, la mente di Edlund, torna a sfornare un album diabolicamente magnifico, seducente e pericolosamente perfetto in ogni suo movimento e fattezza: 'Prey' è l'espressione massima dei Tiamat, e, forse, il capitolo più oscuro, decadente, depressivo ed emozionale mai partorito dalla band svedese. Ogni singola traccia colpisce dritto al cuore, stringendolo delicatamente in un guanto di velluto, portando l’adepto della Church Of Tiamat ad un passo della commozione. Edlund più di una volta ha ribadito che 'Prey' sarebbe stato il suo lavoro più personale, ed a giudicare dalla profondità di ogni singola traccia, dalla bellezza, dalla sofferenza racchiusa nel supporto ottico, tali parole risultano vere e pesanti come enormi macigni. Non posso parlare di una singola canzone, non ne ho la forza... anche adesso, mentre scrivo, sono avvolto dai brividi caldi degli arpeggi sussurrati, dalle dense atmosfere sensuali che permeano il lavoro, dalle ombre della solitudine che le note soppesano in musica. 'Prey' è una via oscura attraverso la sensibilità di noi stessi, attraverso la dolcissima malinconia che ogni bellissima esperienza, spirata troppo presto, regala, ove solo poche luci riescono ad entrare attraverso la fitta aurea di egocentrismo del Mastermind Johan. A tal proposito, non penso che sia un caso che il mood generale del platter sia sempre orientato sul un slow/mid tempo, con solo un’accelerazione un pochino più sostenuta, e che il songwriting sia contemporaneamente pregno di conturbanti melodie, di tristezza e di frammenti epici che rendono giustizia ad ogni singola composizione. Oggi, come nel 1994, i Tiamat sono tornati a livelli di ispirazione e di profondità che poche bands possono vantarsi, riprendendosi la vetta con gentilezza ed infinita maestria, appena sussurrando il proprio nome. Edlund e soci non hanno dato alle stampe “solo” un nuovo album, ma piuttosto un’opera d’arte destinata a rimanere nel tempo, un quadro capace di leggere dentro, di fare male semplicemente perché la sofferenza espressa è quella comune a tutti, e per questo da tutti facilmente catturabile come propria. Durante l’ascolto del dischetto vi verranno in mente fantasmi lontani, vi sentirete un nodo alla gola, vi si bagneranno gli occhi, ma appena morta l’ultima nota, vi sentirete meglio di prima, più leggeri, quasi più rinfrancati e rilassati. Portate la vostra Croce perché ora, i Tiamat, vi stanno donando la loro per aiutarvi nell’intento. Per il sottoscritto, ‘Prey’ è semplicemente un Capolavoro.
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