Vi piace il
blues elettrico e il
southern rock? Suoni che lungo il solco tracciato da Jimi Hendrix, Johnny Winter, Steve Ray Vaughan, Duane Allman e Rory Gallagher si sono propagati fino ai nostri giorni grazie ad illuminati epigoni come Jeff Healey, Eric Gales, Jonny Lang (il primo, soprattutto) e Joe Bonamassa?
Spero vivamente che siano molti i capoccioni a scuotersi con decisione nel convenzionale gesto dell’assenso, e a questi buongustai della musica suggerisco di non rimandare oltre il contatto con
Jared James Nichols, un brillante musicista natio del Wisconsin, molto legato alla “tradizione” (vedasi anche il titolo di questo sanguigno
full-length) e non per questo intenzionato a vivere esclusivamente di “trascorse nostalgie”.
“Old glory and the wild revival” è, infatti, un disco molto ossequioso che ciononostante non appare mai eccessivamente prevedibile o scontato, segnalandosi anche per una forma di
appeal abbastanza “radiofonico”, adatto eventualmente ad attrarre platee poco “specialistiche”.
Per quanto mi riguarda, in realtà, preferisco l’americano quando fa vibrare le corde della sua chitarra e della sua voce (che a tratti mi ha ricordato quella del mitico Ronnie Van Zant) rivolgendosi alla gloriosa “storia” del settore, ma sono altresì persuaso che brani come “Let you go” e “All your pain” potrebbero essere un eccellente viatico per porzioni di pubblico ampie e diversificate (dai
fans degli ultimi Aerosmith a quelli di Kid Rock, per esempio).
Ed ecco che “Playing for keeps” (presente pure in un’infuocata versione
live), “Crazy”, la scalciante “Can you feel it”, l’ardore acustico di “Now or never” e poi ancora il sentito omaggio al leggendario mancino di Seattle denominato “Blackfoot”, lo
slow Mountain-
esque “Sometimes” e l’intensissimo
hard-blues "Take my hand” (con la sua
slide da brividi …) finiscono per essere i miei momenti prediletti dell’albo, in cui emerge vividamente, oltre ad una tecnica impeccabile, anche la vocazione bruciante che alimenta la
performance di Mr. Nichols, una “roba” che, e mi scuserete la banalità, non s’impara e sui “banchi di scuola” si può solo affinare e consolidare attraverso lo studio minuzioso dei maestri.
La
cover di Robert Johnson “Come in my kitchen” rinsalda ulteriormente il legame con quel mondo apparentemente così lontano dalla tecnologia e dalle frenesie contemporanee eppure sempre emozionante e “vero”, tanto da continuare far vibrare i sensi in maniera prepotente e inarrestabile.
Rivolgendomi di nuovo a chi ha risposto affermativamente al quesito iniziale, ribadisco con convinzione quanto un’opera come questa non dovrebbe proprio mancare nella loro discoteca, mentre agli altri,
beh, non mi resta che destinare (inutilmente, avranno già da un bel po’ sospeso la lettura …) tutto il mio sincero dispiacere per l’impossibilità di vivere l’esperienza emotiva che il genere, nelle mani giuste, sa dispensare oggi come ieri.
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