Siamo in una distopia temporale ed un gruppo semisconosciuto a nome Arci Nemico, con alla voce una dilettante cameriera di Voghera ed agli strumenti quattro coltivatori di bietole della Lomellina, riesce a pubblicare il debut album
"Will to Power".
E' il delirio: lodi sperticate incensano i 5 che salgono improvvisamente, meritatamente ed in maniera del tutto inaspettata alle luci della ribalta conquistando in breve tempo una vastissima fetta di pubblico.
Questo avviene in un mondo parallelo per il primo album di una band formata da illustri sconosciuti.
Torniamo ai giorni nostri, alla realtà che ben conosciamo, e vediamo invece come giudicare il decimo studio album di una band come gli
Arch Enemy che non ha bisogno di alcuna presentazione.
Dopo
"War Eternal" questo
"Will to Power" è il secondo lavoro con la nuova singer
Alissa White-Gluz ed il primo con alla chitarar
Jeff Loomis (ex Nevermore) ed esce ancora sotto l'ala della
Century Media Records.
Perchè l'ho presa larga iniziando con un ipotetico mondo parallelo?
Perchè questo lavoro, presentato da una band alle prime armi avrebbe incontrato -se non la mia benevolenza- almeno il mio rispetto ed un certo interesse, ma pubblicato dagli
Arch Enemy mi fa incazzare come un'ape.
Ma come? Sei un supergruppo praticamente, hai due chitarristi come
Amott e
Loomis che probabilmente sarebbero nella top 20 di ogni fans della musica estrema, hai dietro le pelli un grande batterista come
Daniel Erlandsson, al basso
Sharlee D'angelo ed alla voce una delle migliori 3 frontwoman attualmente in circolazione (insieme a Noora Louhimo dei Battle Beast ed a Sara Leitao dei Dark Oath), alla produzione
Jens Bogren e pubblichi un album che strizza l'occhio ad un pubblico di 14enni ai primi ascolti di musica appena più pesante di Bon Jovi?
Non è comprensibile questo, specie se -come gli
Arch Enemy- sei un gruppo che ha segnato gli ultimi 20 anni di un certo tipo di death metal.
E non si può far passare tutto in nome della cosa chiamata "evoluzione": hai dei doveri quando sei sotto i riflettori.
Doveri verso i tuoi fans.
Doveri verso la musica.
Doveri verso te stesso.
Di tutto questo in
"Will to Power" non vi è traccia, come non vi è traccia di death metal alla
Arch Enemy, come è sotto sfruttato un fenomeno come
Loomis relegandolo praticamente ad un chitarrista ritmico, ecco in poche parole manca una sola cosa: il cuore.
Quel cuore pulsante di oscurità e malinconia che aveva permesso la creazione di capolavori come
"Black Earth" o "
Burning Bridges" e di cui non vi è più traccia se non in echi lontani nella prima canzone "
The race" o paradossalmente in quella che si può definire come la prima power ballad della band "
Reason to believe".
Ma quando sento un songwriting che contiene le strofe "I don't believe in heaven, I don't believe in hell" francamente perdo ogni voglia di illustrare canzone per canzone l'album.
A voler scavare salvo per alcune idee -oltre alle due songs citate prima- "
Dreams of retribution" e "
My shadow and I" ma siamo comunque ben lontani dal concetto di "grandi pezzi".
E' il mood complessivo che delude, perchè artisti di questo calibro non possono aver composto un album così per sbaglio, probabilmente lo hanno fatto (ed il battage pubblicitario che ne ha preceduto l'uscita lo fa supporre) per andare verso un pubblico più mainstream ma temo che così facendo (e dopo lo scialbo "
War Eternal" direi che la direzione è ormai questa) si stiano giocando un pubblico affezionato che li stima da quasi un quarto di secolo.
Non voglio passare per nostalgico a tutti i costi, non pretendevo certo "
Stigmata" ci mancherebbe, ma credo che un album adulto e che urlasse
ARCH ENEMY da ogni riffs io come le migliaia di fans della band lo meritassimo.