Copertina 6,5

Info

Genere:Power Metal
Anno di uscita:2023
Durata:50 min.
Etichetta:Steamhammer Records

Tracklist

  1. ONE WORLD
  2. MASTERPIECE
  3. THE HELLISH JOYRIDE
  4. ONLY THE GOOD DIE YOUNG
  5. SAINTS AND SINNERS
  6. SOMETHING GOOD
  7. ALWAYS TWO WAYS TO PLAY
  8. AWAKENING
  9. GOLDEN SUN
  10. STAY THE FOOL
  11. NEVER SURRENDER
  12. YOU‘RE NOT FORCED TO STAY

Line up

  • Gianbattista Manenti: vocals
  • Henjo Richter: guitar
  • Stefan Ellerhorst: guitar
  • Tobias Exxel: bass
  • Sascha Onnen: keyboards
  • Michael Ehré: drums

Voto medio utenti

In occasione della recensione di "The Devil You Know - Live" avevo rimandato l'appuntamento con i The Unity al loro prossimo studio album, il quarto, giusto per ribadire che non si trattava di un semplice side project, ma di una realtà solida e arrembante, ed eccoci così alle prese di "The Hellish Joyride".
A proposito di line-up, se da una parte dobbiamo registrare l'uscita del bassista (proveniente dal nucleo originale dei Love.Might.Kill) Jogi Sweers, dall'altra non possiamo che evidenziare l'arrivo di Tobias Exxel, noto per la sua militanza negli Edguy, ma aggiungerei anche per l'ottimo lavoro fatto con i Taraxacum e negli Squealer, due formazioni che vi consiglio di riscoprire.
Un'altra freccia che va quindi ad aggiungersi nella faretra dei The Unity, e se l'unione fa la forza, "The Hellish Joyride" non dovrebbe certo fallire. E non lo fa, senza però suscitare chissà quali entusiasmi, perlomeno non a queste latitudini.

La ricetta è sempre quella, una solida base di Hard Rock, spaziando dall'AOR alle influenze Seventies, senza dimenticarsi di quelle pulsazioni powereggianti che fanno parte del DNA dei protagonisti del gruppo, vecchi e nuovi, tanta melodia (talvolta "pure troppa") e anche qualche azzardo.

La breve intro "One World" ha uno spiccato retrogusto helloweeniano, e, infatti, apre la strada a "Masterpiece", brano veloce caratterizzato da un fluente e incisivo guitarwork che ha più da spartire con i Masterplan che con le zucche di Amburgo. La titletrack accentua i toni melodici e hardeggianti che avevano già fatto capolino nella traccia precedente, mettendo in risalto non solo i drappeggi dei vari musicisti ma anche la qualità dietro al microfono di Gianbattista Manenti.
Con "Only the Good Die Young" i The Unity scrutano ancora più indietro nel passato, un approccio settantiano e largamente in debito con i Deep Purple, peccato che il refrain sia uno dei più scontati e riciclati tra quelli in cui mi sono imbattuto negli ultimi tempi. Si torna a correre con "Saints and Sinners", un eccellente episodio che non fa certo della semplicità il suo obbiettivo principale, ricco com'è di variazioni, cambi di tempi e impreziosito da lunghi assoli di stampo neoclassico. Quanto tocca a "Something Good" non solo spiazza con quel suo approccio che mi ha ricordato più i Simple Minds che una qualunque Hard & Heavy band, ma soprattutto si insabbia nella sua apparentemente forzata leziosità. E i The Unity non riescono a rimediare né con la successiva "Always Two Ways to Play", dove provano a coniugare spunti ereditati da Edguy e Freedom Call ad un approccio alla Def Leppard, e nemmeno con quella "Golden Sun" ("Awakening" è solo una brevissima intro) che recupera la lezione dei Rainbow in un'ottica più attuale, ma che poi perde la spinta in un altro ritornello irresoluto e affettato, ed è un peccato perché il pezzo pulsava e sembrava in procinto di sprigionare una buona dose di energia, una sensazione che poi ritrovo anche in occasione di "Stay the Fool". Ci pensa allora "Never Surrender" a riaccendere un po' gli animi, grazie ad un discreto impatto frontale (comunque lontano parente di quello dell'omonimo brano dei Saxon), prima di rischiare di nuovo una crisi ipoglicemica con la conclusiva ballad "You're Not Forced to Stay".

"The Hellish Joyride"... una giostra si, infernale direi proprio no.
In un saliscendi di emozioni e delusioni... vabbè si, questo sì.



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Recensione a cura di Sergio 'Ermo' Rapetti

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