Ho conosciuto
Nikolo Kotzev grazie ai dischi dei Baltimoore (“
Double density” del 1993 e “
Thought for food” del 1994) in cui condivideva la sua passione per Deep Purple, Whitesnake e Rainbow con il “riccioluto”
singer Björn Lodin, e visto che, nonostante i tempi non proprio “propizi” a questi suoni, anche il sottoscritto non aveva del tutto sacrificato la sua innata ammirazione per la sacra “triade” dell’
hard britannico sull’altare delle “nuove tendenze”, seguirlo nella sua nuova avventura artistica denominata
Brazen Abbot è stato del tutto naturale.
Aggiungiamo che nel suo debutto con la suddetta denominazione (“
Live and learn” del 1995) il polistrumentista bulgaro (“trapiantato” prima in Finlandia e poi in Svezia) si avvaleva del nobilissimo contributo di
Glenn Hughes,
Göran Edman e
Thomas Vikström ed appare ancora più chiaro quanto l’intero progetto fosse appetibile per chi, oltre ai suddetti venerabili, aveva un “debole” per Glory, Madison,
Malmsteen, Talk of the Town e pure Candlemass.
Il disco non delude, si allinea alla grande scuola nordica dei seguaci dell’
hard-rock tastieristico anglosassone (dai Silver Mountain agli Europe, passando per i Biscaya, ma l’elenco è molto più corposo) e si piazza tenacemente tra gli ascolti di tutti i
rockofili ancora legati alla “storia” del genere.
Una volta conquistata la suddetta platea di ascoltatori, e prima che magari finissero per “distrarsi” con altre sonorità più “innovative”, i
Brazen Abbot tornano sulla scena discografica con questo “
Eye of the storm” in cui la perdita di un monumento della fonazione modulata del calibro di
Glenn Hughes è “compensata” dall’ingresso di
Joe Lynn Turner, un altro che in fatto di reputazione e attitudine specifica non scherzava per nulla.
Con l’inserimento in formazione di
John Leven (all’opera precedente aveva contribuito
Svante Henryson) si perfeziona il collaudato e competente apporto degli (al momento ex) Europe ad un
album che suona essenzialmente come una sorta di materializzazione dei fantomatici
Deep Rainbow, realizzando, così, una delle plausibili “fantasie” degli estimatori di entrambe le
band.
La
title-track dell’opera, “
Twist of fate”, “
Line of fire” e “
The road to hell” (con tanto di “duello” chitarra / violino), con
Turner al microfono, sono i momenti che evocano in maniera particolarmente evidente la precedente suggestione, ma anche “
Common people” e "
Restless in Seattle”, nonché "
Wake up everybody" e “
Highway Cindy”, in cui
Göran Edman (nelle prime due) e
Thomas Vikström (nella altre) si “travestono” da
The Voice of Rock, finiscono per alimentare la medesima visione.
A completare il quadro espressivo arrivano poi le ballate melodrammatiche “
Fool in Love” e “
I'll be there for you”, e la
bluesy “Everything's gonna be allright”, ben interpretate dallo stesso
Edman, e un vivace strumentale dal titolo "
Devil's allegro”, in cui il gruppo conferma le qualità di un’operazione parecchio “celebrativa” e tuttavia ben al di sopra della media.
Riascoltare oggi “
Eye of the storm”, grazie alla ristampa in “purezza” che la
Frontiers Music gli dedica, consente di confermare i
Brazen Abbot tra i più credibili e competenti discepoli di una “tradizione” musicale che anche nei tempi moderni continua a influenzare pesantemente miriadi di formazioni musicali … quindi, se amate certe sonorità e per qualche ragione vi era “sfuggito”, non vi rimane che sfruttare l’occasione per porre rimedio alla lacuna.