Copertina 7,5

Info

Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:2025
Durata:47 min.
Etichetta:RPM ROAR

Tracklist

  1. BONE COLLECTOR
  2. THE RICH THE POOR THE DYING
  3. KINGDOM OF SKULLS
  4. THE DEVILS SERENADE
  5. KILLING IS MY PLEASURE
  6. MIRROR OF HATE
  7. RIDERS OF DOOM
  8. MADE OF MADNESS
  9. GRAVEYARD KINGS
  10. FOREVER EVIL & BURIED ALIVE
  11. WHISPERS OF THE DAMNED

Line up

  • Chris Boltendahl: vocals
  • Jens Becker: bass
  • Tobias Kersting: guitars
  • Marcus Kniep: drums

Voto medio utenti

Quarantuno anni da quando ho avuto per le mani "Heavy Metal Breakdown", e da allora i Grave Digger, alternando pause, cambi di nome, diversi acuti e pure qualche cantonata, mi hanno sempre tenuto compagnia. Certo, negli ultimi tempi sembravano proprio aver messo il pilota automatico (dannato Otto!) e soprattutto iniziato a cedere agli effetti dello scorrere del tempo, e a mio parere "Liberty Or Death" è l'unico album che eccelle nella loro discografia del nuovo millennio.

Con queste premesse ho accolto "Bone Collector" senza particolari aspettative, al più con un pizzico di curiosità, alimentate dal fatto che Axel Ritt (chitarrista che ammetto aver sempre trovato fuori luogo nel sound dei Grave Digger) è stato sostituito da quel Tobias Kersting che aveva già collaborato con l'inossidabile Chris Boltendah sul suo album solista, "Boltendahl's Steelhammer" del 2023, uscita che però mi aveva lasciato alquanto perplesso.

Beh... vediamo allora quale effetto fanno le undici canzoni che compongono "Bone Collector", che si avvia proprio con la titletrack, lesta, dopo un breve lugubre intro, ad ostentare l'anima più ottantiana dei Grave Digger, rinunciando alle pulsazioni più epiche di album come "Tunes of War", "Knights of the Cross", "Excalibur" e delle loro successive - e meno riuscite – rivisitazioni. Una partenza diretta, fulminea e spaccaossa (probabilmente le stesse che poi verranno collezionate), al pari della seguente "The Rich the Poor the Dying" che al più si concede una citazione ("money for nothing and death for free") per i Dire Straits, dato che qui siamo più dalle parti di "Witch Hunter" che da quelle dei Sultans of Swing.

Se "Kingdom of Skulls" si apre sul pulsare del basso di Jens Becker (ormai un veterano nei Diggers, nei quali milita sin dai tempi di "Knights of the Cross"), tocca invece alla new entry Tobias Kersting dettare i tempi di "The Devils Serenade", brano rockeggiante ed accattivante, non particolarmente veloce, ma dall'incedere solido e compatto, in sintonia con la produzione più recente degli Accept. Si torna a "grattugiare" ed a correre con "Killing Is My Pleasure", tanto da mettere Boltendahl un po' alle corde, soprattutto nel refrain, mentre Kersting e Marcus Kniep se la cavano con maggior disinvoltura. La stessa che sciorinano sulle più strutturate e cupe "Mirror of Hate" e "Riders of Doom", come pure lungo le scorribande ottantiane di "Made of Madness", un up tempo sì incalzante però fin troppo di maniera e che tutto sommato scorre via senza colpo ferire, un po' come avviene per la ritmata "Graveyard Kings", teutonica fino al midollo. Non che "Forever Evil & Buried Alive" offra maggior versatilità e varietà ma quantomeno ha un piacevole approccio quasi motorhediano e piazza l'ennesimo bell'assolo di chitarra.
A cambiare toni e modi arriva infine "Whispers of the Damned", l'unica traccia che sfora i sei minuti, un'oscura power ballad per la quale Boltendahl ha dichiarato di essere stato ispirato da "Diary of a Madman" di Ozzy Osbourne, dando così vita ad un episodio intenso, un tetro diamante che irradia una luce nera e dannata. Sicuramente l'apice di un disco che nel suo complesso mi è piaciuto. E non poco.

Se va riconosciuto a Kersting un impatto più che positivo nell'economia di questa uscita, un aspetto che ha invece attirato su di sé parecchie critiche e perplessità è stato l'artwork. Ammetto che nel più recente passato le loro copertine erano spesso tra le cose migliori del disco, ma per "Bone Collector" non è così: si poteva/doveva fare meglio... non che quelle di "War Games" o "Rheingold" fossero chissà quali opere d'arte; tuttavia, il problema principale non è il ricorso alla CGI (scelta che avrei comunque apprezzato se si fosse evitata), ma che questa è proprio anonima e mal riuscita.

Faccio comunque finta di nulla e mi limito a riconoscere ai Grave Digger una ferrea volontà nel non voler mollare, anche a costo di qualche passo falso. Peraltro, come ho già lasciato intendere, "Bone Collector" non è nemmeno dei peggiori. Anzi.

A questo punto, supereranno i nuovi brani la prova "live"? Lo scopriremo presto, anche perchè tra pochi mesi Boltendahl e soci suoneranno anche in Italia, al Luppolo in Rock.





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Recensione a cura di Sergio 'Ermo' Rapetti

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