Ed ecco come iniziare il 2026 nel migliore dei modi, per gli amanti del metal classico! Gli austriaci
Wildhunt, tornati sulle scene dopo quasi dieci anni dalla release del loro album di debutto 'Descending', i quattro musicisti di Vienna con il loro nuovo
'Aletheia' riescono a lasciare un'impronta molto più a fuoco di quella messa con il precedente disco, grazie anche ad un'energia rinnovata e un focus sulla musica molto più centrato. Presentati ufficialmente come una band thrash, va detto che tale etichetta gli è abbastanza stretta, muovendosi loro, come detto, tra un metal classico di stile NWOBHM (Satan, Tokyo Blade), una forte componente melodica e retrò (in questo ci ho sentito qualcosa dei Diamonds Hadder, eccezion fatta per dei suoni decisamente migliori), leggere venature progressive, e infine sì, qualcosina di thrash metal alla Heaten. Mi rendo conto che quello appena descritto sia un bel calderone di gruppi, oltre che diversi stili, e che la domanda
"e quindi come suona tutto sto popò di roba?" sia legittima, ma la risposta è tanto semplice: molto, ma molto bene.
Ammetto che già la copertina mi aveva stregato, ancor prima dell'ascolto dei singoli, affascinante ed enigmatica, e il contenuto non mi ha lasciato per niente deluso. Due strumentali e sei canzoni effettive, per una durata di circa quarantacinque minuti, a conti fatti la miglior scelta, senza perdersi nè in una tracklist troppo abbondante, e dall'altra pochi pezzi, ma dalla durata interessante e sopratutto ben sviluppati. E' il caso infatti della Titletrack, che inizia come una semiballad, per poi evolversi, con la giusta pazienza, in una vera e propria cavalcata heavy metal guidata essenzialmente dai riff e dagli assoli eccezionali della coppia
Wolfgang Elwitschger / Julian Malkmus, ai quali ruotano attorno poi tutti gli strumenti, come se la luce propagata dall'artwork del disco fosse il risultato del lavoro complessivo dei musicisti.
'Sole Voyage', con i suoi quasi 12 minuti di durata vede continui cambi di tempo, tra cori di mascolina prepotenza, rallentamenti dove la batteria e qualche sinuoso riff calmano la mente prima della tempesta, e i nostri cambiano e articolano la canzone a loro voglia, senza farla girare su sè stessa. In tutto questo si prende respiro con le due belle intro strumentali
'Kanashibari' e
'Touching the Ground', dove le tastiere suonate da
Wolfgang Elwitschger giocano un ruolo preponderante. E se
'In Frozen Dreams' riprende e riallaccia il discorso delle canzoni sopracitate, con
'Made Man' si ha una sorta di sunto di tutta la proposta dei
Wildhunt, aggiungendo parti dal sapore epic chhe male non fanno. L'unico punto debole, se così vogliamo chiamarlo, e che mi frena dal dare un voto più alto, è la voce di
Wolfgang, appunto, che molto spesso ho trovato priva di carisma, necessario a dare alle canzoni quella spinta necessaria per accendersi di più durante l'ascolto. Nulla comunque, che vada ad inficiare sull'ascolto generale, come avete avuto modo di leggere.
Quindi, questo 2026 è iniziato bene? Benissimo direi! I
Wildhunt già ai primi giorni di Gennaio ci consegnano un album di cui si dovrà tenere conto a fine anno, sperando che per sentire nuovo materiale da parte loro non dovremmo aspettare dieci anni. Nel frattempo, io premo nuovamente play.
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