Copertina 6,5

Info

Anno di uscita:2026
Durata:40 min.
Etichetta:Season of Mist

Tracklist

  1. EVERY TONGUE HAS ITS THORNS
  2. LUNGA VITA ALLA NECROSI
  3. SPIRIT, BLOOD, POISON, FERMENT!
  4. IL VELENO DELLA NATURA
  5. DELTA-9 (161)
  6. SILENCE WALK WITH ME
  7. IN THE FLAT FIELD

Line up

  • Khrura Abro: bass
  • Kratom: bass
  • Segale Cornuta: drums
  • Nerium: guitars
  • Erba del Diavolo: vocals

Voto medio utenti

I Torinesi Ponte del Diavolo stanno vivendo un periodo davvero molto positivo: dopo tre ep acerbi ma al tempo stesso interessanti e personali, il full d’esordio è uscito nientepopodimeno che per la Season of Mist. Già un classico moderno (e trattato tale in contesti come il Roadburn Festival), “Fire Blades From The Tomb” ha portato Ponte del Diavolo in giro per l’Europa, in alcuni dei principali festival Metal europei, facendo furore e mostrando anche il lato migliore del Metal italiano, quello che guarda alla cultura di casa propria e che non cerca di scimmiottare (spesso anche molto male) questo o quel modello estero di successo.
Un esordio che sfida i luoghi comuni allontanandosi da una certa confort zone molto limitante.
Ed ecco che a due anni di distanza torna la compagine torinese sempre sotto Season of Mist.

Sono tre le cose che saltano subito all’occhio in questo “De Venom Natura”: innanzitutto una cover art cupa e dalle tonalità bianco-nere, poi la durata “da vinile” della track list con quaranta minuti spaccati di musica e infine, la presenza di alcuni pezzi cantati in italiano.
Ascoltando il secondo album di questo quintetto, si apprezza subito la produzione ed il missaggio dei vari strumenti, uno dei talloni d’Achille del debutto: ora invece è tutto al suo posto, con la voce di Erba del Diavolo non messa in secondo piano, la chitarra che snocciola i suoi riffs sempre molto distinguibili, la batteria che non suona plasticosa e i due bassi con un suono bello corposo e rotondo.
Si sente che l’esperienza fatta con “Tre - The EP Collection” è stata molto positiva a tal riguardo.

Musicalmente parlando il cammino artistico continua con quanto seminato in passato, con uno stile musicale che riprende quanto fatto in precedenza, ma al tempo stesso si allontana da esso o meglio, si cerca di smussare gli angoli, di togliere certe asperità più estreme per levigare meglio il suono e queste cose renderanno questo lavoro molto più digeribile ad un pubblico più ampio rispetto a quanto fatto in passato: lo scream si riduce sensibilmente, come pure i blast beat vengono messi in un angolino ed il riffing in tremolo picking ha sempre una linea melodica accentuata e distinguibile.
Si cerca di maturare e da un certo punto di vista, la professionalità è davvero alta, con una certa attenzione ai dettagli (sonori) già molto encomiabile che a volte latita, pure parlando di bands più venerande di questa compagine.

Eppure, nonostante un’evidente miglioramento su determinati fronti, a livello di songwriting ed idee presenti, trovo l’esordio più riuscito e spericolato proprio per un amalgama sonoro più ampio, seppur meno a fuoco.
L’opener “Every Tongue Has Its Thorns” poteva benissimo stare nel precedente capitolo discografico e fare un figurone, visto che i vari elementi del sound dei torinesi qui sono tutti molto equilibrati tra di loro in questo turbinio Black/Doom Metal, Post Punk e Dark Wave.
Il resto della tracklist vede il Black Metal messo in disparte e la componente Post Punk/Wave risaltare sempre di più con risultati non sempre personali e interessanti: in tal senso ho trovato molto riuscita “Spirit, Blood, Poison, Ferment!” che oltre ad avere un tiro più Metal, ha come special guest un componente degli Ottone Pesante che con il suo trombone eleva definitivamente il brano in oggetto. Un piccolo gioiello.
Altre composizioni che sono più dinamiche e meno cantilenate sono “Silence Walk With Me” e la conclusiva “In the Flat Field” aggraziate da un lavoro molto curato dietro al drum kit e da un riffing frastagliato che si sovrappone ad una voce melodica creando un contrasto dolce-amaro riuscito.
Le altre canzoni (comprese le due in italiano) non le ho trovate su questi livelli: più vicine ad una certa cupezza tutta tipicamente ottantiana, risultano anche molto cupe e sulfuree, ma con poca personalità, con la stessa perfomance vocale di Erba del Diavolo molto meno estrosa e su binari standard e addomesticati.

De Venom Natura” mi dà la sensazione di essere un disco di transizione, con il gruppo che vuole evolversi e arricchire ulteriormente la propria proposta musicale, ma ora ha in parte perso l’equilibrio dei vari elementi che contraddistingueva il precedente lavoro, mentre dall’altra parte si è arrivati già ad una certa maturità e sensibilità e questo valorizza in modo molto importante i suoni sia in studio, sia probabilmente in sede live.
Un giudizio chiaroscuro, che però guarda con positività e speranza il gruppo torinese, con la possibile quadratura del cerchio che rischia già di arrivare con il prossimo capitolo discografico.
Intanto facciamo suonare a più non posso Ponte del Diavolo, così da farlo maturare ancora di più.

Recensione a cura di Seba Dall

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