Oddio, eccolo…il "temutissimo" successore di
Bloodmoon…e ora???
Ora, sono c….dei
Kerrigan!
Come diceva un noto conduttore televisivo dello scorso millennio, "
la domanda nasce spontanea" e, nel nostro caso specifico, la domanda é:
"può, il disco che segue un capolavoro, essere giudicato per ciò che è realmente, evitando di cadere in continui paragoni con il suo predecessore?"Probabilmente NO.
Anzi, a dire il vero, in occasione del mio
video sulla monografia dei Gamma Ray di qualche anno fa, ammettevo candidamente questa umana debolezza, definendola come “inevitabile” e tuttora, sono convinto che la “SINDROME DEL SUCCESSORE” sia effettivamente qualcosa di tangibile e spesso pesante da affrontare.
Non importa!
Proverò ugualmente nella TITANICA impresa (che fallirà miseramente, già ve lo anticipo) di recensire in maniera oggettiva
Wayfarer, nuovo disco dei
Kerrigan (uscito sempre per l'ottima
High Roller Records), senza incorrere in scomodi confronti con il sorprendente "Bloodmoon", realizzato per la medesima label, nel 2023.
La line-up dei tedeschi è rimasta (bene o male) invariata, con il leader
Jonas Weber che si occupa di voce e chitarra, affiancato da
Bruno Schotten all’altra chitarra, mentre il batterista
Jonathan Döring (precedentemente turnista) entra in pianta stabile nella formazione, a cui si aggiunge il nuovo bassista
Jakob Zeblin.
Iniziamo subito con una presa di posizione netta: se tutte le tracce suonassero, a livello di vivacità e d’impatto, come
Asylum e soprattutto, come la bellissima
Dystopia, probabilmente oggi staremmo parlando di un “
Bloodmoon part II” o comunque, di un disco di pari livello!
Purtroppo, oggettivamente, non è cosi…eppure, questo non significa assolutamente che siamo al cospetto di un brutto lavoro, ma anzi, la verità è ben altra:
Wayfarer è, a detta di chi scrive, il miglior disco che i
Kerrigan avrebbero potuto concepire dopo Bloodmoon (e, nel frattempo, faccio notare di essere già caduto nella “sindrome del paragone”, di cui sopra), dando per assodato che, per la band, era pressoché impossibile ripetersi agli stessi livelli del debutto, restando fedele al proprio stile.
Ma, andiamo con ordine.
Wayfarer è un buonissimo album, anche se, ad un primo ascolto, specialmente in determinati frangenti, si ha la percepezione che manchi un po' di mordente e che alcuni brani (come
The Ice Witch, la tristissima title-track o
Surrender) stentino effettivamente a decollare.
Detto di
Asylum e
Dystopia (in assoluto, gli apici creativi del disco), le restanti composizioni, tra cui spiccano, la opener maideniana
Torchbearer che, nel giro di chitarra, fa il verso a “Wasted Years”, la discreta
Blood And Steel, in cui si respira profumo di
HammerFall (quelli buoni),l’onesta
Fighter, e la conclusiva
Red Light Tower, si rivelano dei pezzi di tutto rispetto, pur nella loro prevedibile linearità…eppure, anche qui, la verità che, alla lunga, ascolto dopo ascolto, emerge prepotentemente, è un’altra:
Le atmosfere decadenti di
Wayfarer, avvolgono l'ascoltatore in un'aura di profonda intensità emotiva, riuscendo a marchiare a fuoco questo lavoro con una malinconia unica, che attecchisce lentamente sulla pelle, fino a sedimentare, alla stessa stregua del sale marino, dopo essersi immersi in un mare limpido; e cosi, quasi inaspettatamente, ci si rende conto, che la MAGIA DELL'ESORDIO E' ANCORA VIVA!
Una MAGIA meno diretta e più profonda, rappresentata dall’enorme alone di drammaticità di cui sono intrise le curatissime linee melodiche che, attraverso il sentimento sprigionato, riescono a sedurre e rapire l’ascoltatore, impossessandosi del suo cuore.
Questa massiccia dose di tristezza, a conti fatti, funge da vera e propria “
croce e delizia” di
Wayfarer; se, da un lato, ha un effetto controproducente perché, come un fiume in piena, travolge tutto ciò che incontra, finendo per appiattire l’impatto sonoro di alcuni brani che, in tal modo, faticano ad imporsi con la giusta determinazione, dall’altra parte, possiede qualcosa di dannatamente ammaliante, in grado di toccare le corde più sensibili dell’anima umana.
Pertanto, pur ammettendo che
Wayfarer non raggiungerà mai i picchi creativi e compositivi di "Bloodmoon" (ecco che ci risiamo con la maledetta “Sindrome del Paragone”), è altrettanto vero, che in tutti i suoi brani, brilla una luce suadente che, per quanto fioca e malinconica, è in grado di illuminare e far pulsare forte il cuore dei
Kerrigan anche in questo nuovo lavoro, forse meno graffiante e immediato, tuttavia carico di sentimento e destinato a crescere nel tempo.
Perciò, mi raccomando, non commettete l’errore di accantonare
Wayfarer dopo i primi ascolti, per il semplice motivo che “
è bello, ma non è Bloodmoon” perché potreste pentirvene amaramente!