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Death Dies e leggi "storia del Black Metal padovano": per chi non li conoscesse, i
Death Dies sono una band attiva dal lontano 1995, che ha visto il suo percorso intrecciarsi con realtà storiche come
Evol e
Abhor. L'esordio del combo patavino risale al 2002 con il full "
The Sound Of Demons" (se si esclude uno split con i
Satanel di quattro anni prima) e nei primi anni l'attività è stata abbastanza costante, ma poi dal quarto "
Pseudochristos" il lasso temporale è diventato degno dei
Metallica (nove anni per "
Legione" e otto per "
Stregoneria"), quindi accogliamo con una certa gioia l'uscita di questo "
Maledicti in Aeternvm".
Dopo tre anni c'è il cambio di etichetta discografica, da
Time To Kill a
My Kingdom Music, per un sound che seppur rimane fedele e coerente a quanto fatto in tanti anni di carriera, ha qualche piccolo elemento di novità.
Già il precedente (e valido) "
Stregoneria" era un disco decisamente feroce e "in your face", quindi era difficile aspettarsi chissà che strutture arzigogolate e infatti l'ultimo parto discografico è ancora più dritto e scarnificato da qualsiasi inutile orpello: il bello degli ultimi
Death Dies è che nel loro Black Metal feroce e sconquassante aleggia il fantasma di
Hellhammer e
Celtic Frost che dà ancora più oscurità al tutto e questo giro, ad arricchire e rendere dinamica la proposta della band c'è un'influenza (voluta o involontaria?) del Punk Hardcore. Infatti la durata delle composizioni e la loro struttura così basica può rimandare a certi
Impaled Nazarene.
Due elementi a mio avviso spiccano: in primis i testi (quasi tutti in italiano) molto interessanti perché si allontanano da certi cliché e stereotipi, poi le parti dei due chitarristi che tra assoli e soprattutto una cascata di riffs riescono a scrivere musica che spicca nell'informe mare magnum della musica odierna.
Si può obiettare che non c'è nulla di innovativo e che in fondo il sound è abbastanza classico, ma è anche vero che molto banalmente qui c'è gente che sa scrivere le canzoni e queste ultime rimangono per chi ha voglia di ascoltare, al contrario di tante sterili sfuriate o di copia e incolla sempre più blandi e sbiaditi.
A volte capita che chi rimane troppo fedele ad un certo ventaglio stilistico dopo un po' di anni faccia lavori stantii, noiosi o che sanno di già sentito, invece i
Death Dies riescono a fare l'ennesimo disco interessante e degno di attenzione, forse perché questi musicisti padovani fanno quello che fanno perché hanno (ancora) qualcosa da dire: qui dopotutto si parla di underground, di underground vero, e quando dopo tanti anni si continua imperterriti su questa scia è perché evidentemente le persone coinvolte in questa o quella band credono realmente in quello che fanno.
Magari le luci della ribalta non hanno illuminato la stella dei
Death Dies, ma essi meritano molto più rispetto di tante altre realtà più patinate che hanno svenduto se stesse per un briciolo di fama e quattro spicci in più.
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