Parto volutamente dal passato per affrontare il giudizio su "
Grand Serpent Rising", decimo album in studio (escludendo l'inutile "
Stormblåst MMV") dei norvegesi
Dimmu Borgir.
La band di Oslo dopo due ottimi album come "
For all tid" e "
Stormblåst" si è resa "colpevole" di aver scritto un capolavoro epocale come "
Enthrone Darkness Triumphant", il primo su
Nuclear Blast, quello che li ha consegnati al grande pubblico. Successivamente hanno scritto ottimi dischi senza dubbio, ma non sono più riusciti ad eguagliare una tale meraviglia, perfettamente bilanciata tra malinconia ed atmosfere delle tastiere (del troppo sottovalutato
Stian Aarstad) ed efficacia e violenza dei riff di chitarra, che via via negli anni hanno sempre più perso di importanza nel songwriting dei Dimmu Borgir, fino a venire completamente sepolti da centinaia di layer di orchestrazioni negli ultimi tre dischi "
In Sorte Diaboli", "
Abrahadabra" ed "
Eonian", dischi che purtroppo non sono mai riuscito a metabolizzare e che sono finiti a prender polvere su una mensola della mia discografia.
La solita tendenza di
Shagrath e
Silenoz ad esagerare impedisce a "Grand Serpent Rising" di essere un gran bel lavoro. 70 minuti sono decisamente troppi, densi di momenti di stanca e di orpelli di cui non si sentiva il bisogno, ma il salto prestazionale rispetto agli ultimi 20 anni di carriera è evidentissimo: numerosi i blast beat, molta più "rude" aggressività rispetto al recente passato, una produzione ad opera di
Fredrik Nordstrom che non sceglie di penalizzare le chitarre e più di qualche momento in cui i Dimmu ci fanno pensare "ah, allora siete ancora capaci!".
Purtroppo come detto emergono ancora le solite criticità (vedi la parte centrale di "
As Seen in the Unseen" o la esagerata "Repository of Divine Transmutation") in cui gli orpelli ed i break poco riusciti stoppano bruscamente il mood trascinante del brano o direttamente il brano stesso ci lascia freddi ed interdetti, come la scelta di presentare "
Ulvgjeld & blodsodel" come singolo apripista del disco, uno dei pezzi più deboli e fuori fuoco di "Grand Serpent Rising", lento e ridondante sin dai primi secondi.
La parte centrale del disco con "
Slik minnes en alkymist" e "
Phantom of the Nemesis" senza dubbio rappresenta quella più riuscita, insieme al maliconico e struggente finale affidato alla strumentale "
Gjǫll" che va a chiudere un disco certamente non da applausi ma di gran lunga migliore di quanto ci potessimo attendere e senza dubbio la cosa migliore che i Dimmu Borgir potessero scrivere nel 2026.
Se solo potessero ritrovare quella vena artistica nell'incisività dei riff, davvero pochi quelli degni di nota, e contemporaneamente abbandonare queste lungaggini orchestrali che contribuiscono ad appesantire anche a livello di minutaggio almeno di 20 minuti la durata totale del disco...ma forse si chiederebbe troppo ad una band che ha già scritto da tempo il meglio della propria carriera.
Raccomandato a tutti i delusi dell'ultimo periodo.
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