Nuovo disco e nuova etichetta per i
Fatal Vision, gruppo canadese capace di fondere in un sostrato di
rock melodico diverse suggestioni espressive, coagulate attorno ad un approccio artistico piuttosto enfatico, ben supportato da un’intrigante profusione di stratificazioni canore.
Il passaggio dalla Art Of Melody Music alla
Escape Music sembra aver addirittura accentuato la versatilità della proposta, oggi contraddistinta, a tratti, da arrangiamenti più progressivi e da un pizzico di superiore “attualizzazione” del
sound, ancora una volta intriso di un’emotività soffusa e intensa.
Il
concept narrativo di “
Four sides to every story”, basato sui vari momenti del percorso di una giovane donna alle prese con la fine di una relazione (evento che condurrà ad una ricerca interiore e ad una trasformazione personale), e la scelta di accompagnare ogni canzone da un relativo
videoclip, contribuiscono a rendere parecchio “cinematografico” un albo che si avvale di un imponente
parterre di ospiti prestigiosi (da
Phil X a
David Forbes, passando per
Harry Hess e
Paul Laine, approdando al “nostro”
Alessandro Del Vecchio, coadiutore anche in sede compositiva), impegnati con profitto nel rendere il crogiolo sonoro nell'insieme piuttosto efficace e coinvolgente.
Ciò detto, continuo (come dichiarato nella disamina dell’opera precedente) ad individuare in una certa ridondanza (da aggiungere alle interpretazioni di
Marwood, non sempre particolarmente incisive) la “zavorra” che inficia leggermente l’impatto emotivo di una raccolta musicale che tuttavia ostenta connotati vincenti in parecchi dei suoi elementi costitutivi, a cominciare dall’atto d’apertura “
Girl against the world”, un pulsante numero “adulto” di squisita fattura.
“
All that glitters”, con le sue partiture
pompose e solenni, è, però la prima “vera” bella sorpresa del disco, e se “
Run with me” si segnala per il contributo vocale di
Christine Corless (una risorsa preziosa, che ritroveremo spesso nel corso della scaletta) e per un’attitudine vagamente
pop-punk, “
Turn around” rivela il lato squisitamente sentimentale dei
Fatal Vision, competente e abbastanza piacevole e ciononostante non esente da brandelli di verbosità.
Gli “scatti” e il buon
refrain di “
No more tears to cry” hanno il merito di riportare la questione su tracciati armonici concisi e diretti, e anche il tocco
synth-poppettoso (con qualcosa degli A-ha nell’impasto sonico) di “
If this is who you are”, sebbene non proprio “impressionante”, riesce a farsi apprezzare in maniera significativa.
Situazione che si ripete in “
Maybe someday”, che mescola con discreto buongusto
John Waite e Boulevard, e dopo un’interlocutoria “
Out of the blue”, tocca a “
After all these years” dimostrare come la
band sappia essere intima e passionale senza eccedere in leziosità.
Journey e Survivor sono i “buoni maestri” che ispirano “
Do you see me”, e mentre la ballata
Bryan Adams-esca “
Every time I think of you” appare nuovamente abbastanza trascurabile, piace sia il suggestivo duetto vocale di “
Too close to the sun” e sia il
groove da colonna sonora
ottantiana di “
Fly”, trattato con spiccata cognizione di causa.
“
The best is yet to come”, oltre a rappresentare il gradevole epilogo (all’insegna dell’
empowerment …) di “
Four sides to every story”, può essere considerato una sorta d’impegno per i prossimi passi artistici dei
Fatal Vision, formazione d’indubbio talento e dalle valenti capacità tecnico-compositive, che “asciugando” appena un po’ la sua prassi espressiva potrebbe veramente aspirare a posizioni di assoluto rilievo.