Il confine tra versatilità espressiva ed effetto “guazzabuglio” è piuttosto labile, ed i
Confess, alla quarta incisione discografica decidono di percorrerlo con disinvoltura e risolutezza.
Eh già, perché in “
Metalmorphosis” troverete parecchie diverse sfaccettature dell’universo
hard n’ heavy, in cui l’approccio
sleaze, che aveva contraddistinto finora il lavoro degli svedesi, è solo una parte del quadro stilistico complessivo.
Il contributo in cabina di regia di
Erik Mårtensson (Eclipse, W.E.T.) ha verosimilmente avuto un ruolo significativo nella “metamorfosi” di una
band oggi capace di aggiungere alla propria tavolozza musicale vari colori, dal rosso acceso del
power, all’azzurro dei cieli tersi dell’
epic, fino al rosa pastello dell’
hard melodico con velleità da
mainstream, il tutto raccordato da una buona dose di energia e sensibilità.
Assodato che la scelta delle tinte da attribuire ai vari generi è puramente soggettiva, sono altrettanto chiare le intenzioni degli scandinavi nell’ampliare il proprio bacino d’utenza, una scelta che non sempre nella
Grande Storia del Rock ha pagato, venendo talvolta considerata una forma di “cerchiobottismo” poi accolta con sospetto dall’intera platea
rockofila.
L’albo inizia in maniera abbastanza “rassicurante” per gli estimatori del gruppo, che in “
Colorvision”, “
The warriors” e nella
super-catchy "
Wicked temptations” ritroveranno l’attitudine adescante e sferzante del
glam-metal di matrice californiana, mescolato con la tipica seduzione scandinava (per semplificare, qualcosa tra Motley Crue, Hanoi Rocks e Hardcore Superstar), ma già con la
title-track dell’opera la situazione diventa meno “consueta”, rivelando il lato più
power-oso dei
Confess, sviluppato con un certo buongusto e ciononostante fonte inevitabile di perplessità.
Il gradevole interludio acustico “
Beat of my heart” funge da preparazione a “
Pursuit of the Jenny Haniver”, un’altra digressione nel campo dell’
heavy vigoroso, evocativo e giubilante, mentre l’adulatrice “
The other side” può rappresentare una sorta di “affronto” a chi apprezza le suddette sonorità, ritenendole troppo ruffiane ed edulcorate.
Le vulcaniche frenesie di “
Running to my death” riportano la raccolta su sentieri tipici dell’inno
metallico e se “
Plague of steel” ricorda nuovamente l’ardore “stradaiolo” dei “vecchi”
Confess, “
Silvermalen” è invece un’altra testimonianza vivida del loro “nuovo” corso, stavolta consacrato alle cadenze enfatiche,
anthemiche e battagliere dell’
epic-metal nordico.
L’ampliamento dei confini espressivi è di per sé un aspetto positivo, indice di fertilità e duttilità artistica, a patto, però, che tale encomiabile orientamento sia sostenuto da equilibrio, fluidità e coerenza … “
Metalmorphosis” difetta un po’ proprio in tali elementi, finendo per essere destinato a chi ha la capacità di “digerire” con facilità una mole di “carne al fuoco” così diversificata.