Con il debutto sulla lunga distanza dei
Lockhart affiorano ancora una volta scetticismi e perplessità, piuttosto frequenti in questi nostri tempi all’insegna dell’
amarcord.
Quanto può essere “sincera” la frequentazione delle sonorità
adulte da parte di una formazione che esibisce tra i passi più significativi dei suoi
curricula i nomi di Cauldron, Goat Horn, Axxion ed Enforcer?
E ancora, osservando l’immagine della
band (e i suoi
videoclip), siamo forse di fronte a una celebrazione caricaturale dei suoni satinati ed edonistici degli
eighties?
Interrogativi tanto futili quanto ineludibili, ma visto che da queste parti vige la supremazia della “sostanza” sulla “forma” (e, per quanto riguarda il primo dubbio, si è pure rassicurati dal “precedente” rappresentato dai The Night Flight Orchestra …), respingiamo ogni altra considerazione al contorno e immergiamoci nell’ascolto di “
City pulse” con approccio incondizionato e la consueta vorace curiosità
rockofila.
E allora diciamo che i nostri canadesi attingono a piene mani da “padri putativi” d'inattaccabile reputazione quali REO Speedwagon, Boston, Starship e Styx, ottenendo un risultato, seppur interamente devoto, nell'insieme abbastanza gradevole.
Per approvare tale valutazione dovete ovviamente gradire la variante più glassata e “cinematografica” dell’
AOR, pilotata dalla voce (qui) “felpata” di
Devon Kerr e da trame melodiche soffuse e avvolgenti.
Aggiungiamo una particolare cura nelle stratificazioni corali (nelle note promozionali
Kerr si dichiara influenzato anche dal
doo-wop e dai Beach Boys …) ed otterrete un
album che parte con il “botto” e che tende via via ad allentare la sua presa emotiva, un po’ troppo blanda per catalizzare l’interesse.
La
title-track e la successiva “
Can't shake it” sono, infatti, ottimi esempi di
rock raffinato e sognante, edificato su sontuosi tappeti di tastiera, perfetto per evocare crepuscolari scenari metropolitani, squarciati dalle luci livide dei
neon.
“
The dose that made you poison”, intrisa di passionalità e contrassegnata da un buon crescendo melodico, conserva un certo
appeal, e pure “
Together as none”, grazie soprattutto a un contagioso
refrain, si attesta su sufficienti livelli di coinvolgimento, attenuato nella leziosa “
Under fire” per poi riprendere quota nelle pompose pulsazioni di “
Just can't wait” e, soprattutto, (dopo l’intermezzo strumentale “
Before the fall”) con la seduttiva “
No chance in heaven”, un “colpo di coda” ben assestato.
Per la serie “
scherza coi fanti e lascia stare i santi”, un proverbio evidentemente sconosciuto ai
Lockhart, commentiamo, infine, “
You wouldn't know love”, una
cover di
Michael Bolton oltremodo vezzosa, addirittura meno “virile” della versione di
Cher.
“
City pulse” è, dunque, un disco in grado di procurare discrete soddisfazioni a chi cerca soluzioni melodiche molto “atmosferiche”, che navigano sicure sull’onda della nostalgia senza imbarazzi … in tale contesto, a infastidire, rimane in sottofondo un vago senso di “artificiosità” che tuttavia non impedisce all’appassionato del settore d’inserire i
Lockhart tra gli “emergenti” da monitorare con attenzione.