Lo stile compositivo dei
Khemmis, giunti con l’album omonimo, al loro quinto capitolo discografico, si è sempre contraddistinto per il suo dinamismo strutturale, affinandosi gradualmente sempre di più, nel corso degli anni. Partita da solidissime basi doom (ormai più di un decennio fa), la band proveniente da Denver ha pian piano inserito all’interno del proprio song-writing, elementi di varia natura, la cui unione, sembra trovare la sua massima espressione in questo nuovo lavoro.
Khemmis infatti, uscito sempre per
Nuclear Blast, è un disco dove l’heavy-doom originario della band abbraccia, non solo correnti più estreme, come avvenuto ad esempio, nel precedente
Deceiver, generando una sorta di doom-death dal taglio decisamente cupo, ma anche registri musicali più affini al power o al thrash, con una scrittura che, in alcuni frangenti, strizza l’occhio perfino a certe partiture progressive.
Insomma, in questo nuovo disco c’è di tutto e, se da un lato questa varietà di scrittura rappresenta un punto di forza (per lo meno, io la vedo esattamente cosi), offrendo all’ascoltatore la possibilità di scegliere tra un ventaglio di soluzioni, senza mai annoiarsi, dall’altra parte, c’è il rischio di scontentare i seguaci della prima ora, che comunque, sia chiaro, anche in questo lavoro potranno ritrovare gli elementi del passato, arricchiti tuttavia da nuove preziose influenze.
I toni grevi e oscuri di
Desolation o
Hunted, sono presenti anche in
Khemmis, ma ora ci vengono presentati in una veste diversa, dunque vanno osservati da una nuova prospettiva che si palesa, in tutto il suo splendore, già nell’accoppiata iniziale
Invocation Of The Dreamer -
Corpsebloom Garden, accompagnando l’ascoltatore, fino alla conclusiva
Benediction Tones; lungo questo cammino, le suddette contaminazioni musicali, sono talmente evidenti, da sporcare il doom seminale dei
Khemmis con maestose venature prog-power (oltre che death), generando le più svariate atmosfere che possono vagamente ricordare, a seconda dei momenti diversi, tanto i
Nevermore quanto i “nostri”
Eldritch o addirittura, nei frangenti più epici, anche gli
Atlantean Kodex!
La cura certosina e l’assoluta imprevedibilità con cui vengono erette le impalcature musicali di brani, quali
Grief’s Reverie o
Gilded Chambers, vanno di pari passo con l’aggressività dei riffs di
Ben Hutcherson e
Phil Pendergast, ma anche con l’enorme alone di malinconia che avvolge le trame melodiche del cantato curate, come di consueto, dai due chitarristi. Una drammaticità vocale talmente coinvolgente ed emotivamente intensa, da sfociare, spesso e volentieri, nella ferocia del growl. La sezione ritmica invece, affidata sempre a
Zach Coleman (batteria) e
David Small (basso), rispetto al passato, si fa decisamente più dinamica e, a tratti violenta (
Carrion King), senza però rinunciare a quei momenti cadenzati, in cui il doom degli esordi si fa più evidente, seppure sotto una luce più intima e progressiva (esempi lampanti di quanto detto sono la drammatica
Beneath The Scythe o la toccante
Tomb Of Roses).
Riassumendo,
Khemmis è l’ennesimo pregevole disco partorito dall’omonima band che, album dopo album, sembra sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie capacità. I
Khemmis osano e, a modo loro, sperimentano, andando alla ricerca di soluzioni compositive che, pur non discostandosi dalle proprie radici, favoriscono la naturale evoluzione di un sound che, a dispetto della staticità del suo genere di appartenenza, risulta sempre fresco, convincente e dinamico.