Ci sono dischi diffusamente ritenuti “minori” che vengono rivalutati con spropositata enfasi e in modo analogo capita che opere considerate fondamentali vengano a posteriori affossate e ridimensionate nel loro valore artistico.
Pur sottolineando la legittimità di tale forma di “revisionismo storico", spesso si tratta della “spettacolarizzazione” di un atteggiamento piuttosto comune tra i
musicofili e inevitabilmente ampliatosi nell’era della comunicazione digitale, incondizionata e straripante.
Un’introduzione che non vuole, ovviamente, criticare il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e i mezzi attuali che consentono di farlo, ma che semplicemente ha lo scopo di affermare con incrollabile convinzione, e senza eventuali “ravvedimenti”, quanto per me il debutto eponimo degli
Alien fosse una meraviglia nel 1988 e lo sia rimasta anche nel 2026, rappresentando un caposaldo per tutta la scuola del cosiddetto
scandi-AOR.
Fondata nel 1986 da
Tony Borg, la
band sigla un prestigioso contratto con la Virgin Records, e registra (dopo alcune sessioni in madrepatria) il suo esordio al sole della California, sotto la guida dell’esperto produttore
Chris Minto.
Il disco è fatalmente influenzato dai
Maestri dell’
Adult Oriented Rock yankee (Journey, Foreigner, Survivor, …), ma l’approccio non è mai “dimesso”, rivelando il talento, l’ispirazione e la classe straordinaria di una formazione che ha nella voce di
Jim Jidhed il perfetto catalizzatore di composizioni intense, vibranti ed estremamente affascinanti.
Curiosamente trainato dallo
slow “
Only one woman”, una
cover dei Marbles (scritta da
Barry,
Robin e
Maurice Gibb, ovvero i Bee Gees …), l’albo comprende un numero pressoché ininterrotto di scintillanti gioiellini sonori, a partire da “
Brave new love” e “
Tears don't put out the fire” (con un
Jidhed brillante seguace di
Lou Gramm), due autentici prototipi di
rock melodico elegante e suadente, di un tipo che entra in circolo in maniera istantanea e persistente.
Non è da meno “
Go easy”, sviluppata su una costruzione armonica vivace e avvolgente, e se ancora non siete convinti delle spiccate qualità espressive degli
Alien (e del loro cantante) arriva la pulsante “
I've been waiting” a fugare ogni eventuale dubbio.
La brezza Journey-
iana che soffia lieve sulle squisitezze melodiche di “
Jaime remember” nobilita un altro momento di grande suggestione di “
Alien”, capace, con “
Feel my love” d’inondare di palpitante
pathos l’astante appassionato, soggiogato, dopo il gradevole
remake già citato e la disinvolta “
Wings of fire”, dall’urgenza melodica di
“Dying by the golden rule” e “
Touch my fire”, una “roba” che non ha davvero “scadenza”.
Il tocco barocco e la foga enfatica di “
Dreamer” aggiungono ulteriore dinamismo ad una scaletta che dissolve le sue prelibatezze in note nel romanticismo di “
Mirror”, una struggente
ballatona pianistica ben risolta da un’altra
performance vocale da applauso.
Jidhed lascerà la
band per questioni familiari (rientrando successivamente nella
line-up) e l’
album verrà ripubblicato negli USA con un
artwork differente e una scaletta leggermente diversa (compresi due brani cantati dal nuovo
vocalist Pete Sandberg), ma il fascino di questa vera “opera prima” degli
Alien rimane speciale, anche oggi che il gruppo svedese ha ripreso a frequentare “la retta via” dopo qualche deviazione di percorso abbastanza opinabile.
Non è la prima volta che “
Alien” viene ristampato, ma se nonostante le precedenti opportunità ancora non fa parte della vostra preziosa discoteca,
beh, non mi sembra il caso di perseverare nell’imperdonabile mancanza, rivolgendovi immediatamente alla
Pride & Joy Music che lo ripropone (nella sezione
Classixx) in un’edizione limitata a cinquecento esemplari in
Cd, caratterizzati dalla rimasterizzazione di
Ritchie Borg e da un nuovo
booklet … fidatevi, in questo caso la definizione di “classico” del genere non è per nulla usurpata e non necessita di rettifiche.