Gli
Iconic giungono al secondo
album con una
line-up immutata e questa notizia conduce immediatamente a due ovvie considerazioni: certi
supergruppi soffrono meno di altri di conflitti di ego e nonostante i prevedibili impegni, agevolati dalla tecnologia, riescono a trovare il tempo e gli stimoli necessari a condividere le loro radicate passioni musicali.
In questo caso la “passione” si chiama
hard-rock blues e il principale padre putativo della situazione risponde al nome di Whitesnake, ma come già successo nel disco d’esordio della
band, sarebbe errato definire “
II” “solamente” un
facsimile ad alto profilo tecnico di dogmi espressivi molto noti e celebrati.
Mi sento, infatti, di qualificare l’opera con l’aggettivo “matura”, intendendo in questo modo un felice assemblaggio di convenzioni sonore, illuminate da una notevole brillantezza compositiva oltre che da impressionanti risorse interpretative.
Dominata dalla tracimante
leadership vocale di
Nathan James (Inglorious), la raccolta è intrisa dei
riff corposi e dei
solos funambolici di
Michael Sweet (Stryper) e
Joel Hoekstra (13, Night Ranger, Whitesnake), sviluppati sul ben regimato motore ritmico alimentato da
Marco Mendoza (Blue Murder, Whitesnake, The Dead Daisies, …) e
Tommy Aldridge (
Ozzy Osbourne, Whitesnake,
Ted Nugent, …), ma a “sorprendere” è il modo in cui tutto questo
bendidio fluisce in forma “naturale” ed equilibrata, senza apparenti forzature o il sospetto di fastidiose “premeditazioni”.
Se poi si tratti di abilissima dissimulazione specialistica, in fondo poco importa, quando un pezzo come “
Cry no more” irrompe nei sensi degli estimatori del genere con tutto il campionario sopra descritto o “
All I want” sforna un coro degno dell’
élite del cosiddetto
arena-rock.
L’incedere solenne di “
Open my eyes” aggiunge Dio (e certi Stryper …) all’elenco dei numi tutelari, mentre il clima suadente e pastoso di “
Tears keep on falling” rivela un’altra accattivante sfumatura del
songbook degli
Iconic, capaci in "
Take me to the place” di materializzare una versione vagamente “metallizzata” del
Serpente Bianco.
A chi predilige soluzioni musicali maggiormente spigliate e
soulful è indirizzata “
S.O.S.”, e se “N
othing left for me” si spinge ad ammiccare a certo
radio-rock contemporaneo, "
Far away” ritorna in pieno nei confini della “tradizione”, avvolgendo l’astante in una melodia crepuscolare e “nostalgica”.
Vorticosi mulinelli di chitarra introducono “V
alley of lost souls”, brano di discreta incisività melodica nobilitato dall’ugola
Coverdale-esca di
James, in grado di risollevare le sorti di “
Written in the stars”, armonicamente abbastanza lineare.
“
Heart of stone”, con il suo garbato accompagnamento tastieristico (
courtesy of Antonio Agate) e il passo in crescendo fino al contagioso
refrain, si accomoda tra gli
highlight di “
II”, un albo, in realtà piuttosto godibile nella sua interezza.
Le pagine fondamentali dell’
Hard-Rock molto probabilmente sono già state tutte scritte e consegnate ai posteri, ma collocati nella nobile appendice della sua
Grande Storia gli
Iconic hanno sicuramente la capacità di arricchirla di talento, perizia e parecchia ispirazione.