È proprio un bell’album quello messo insieme da
Maiah Wynne, la frontwoman dei dimenticabilissimi
Envy Of None.
Sulle capacità vocali dell’artista non c’erano dubbi, ma stavolta sono proprio le composizioni a fare la differenza, con echi della Norah Jones delle origini (
“Nothing Stays The Same”, “Satellites”) ed episodi che si rifanno al cantautorato contemporaneo di Sufjan Stevens o di Tom Chaplin (
“In A Dream”, “Breathe”, “Girl Dinner”).
Non mancano momenti più propriamente rock (
“False Gods”, “Another Step”) o sperimentali (penso all’elettronica
“Underwater”, alle atmosfere lynchiane di
“Don’t Want To Say Goodbye” o alla funkeggiante
“Don’t Wait”), mentre in più di un’occasione l’impressione è quella di trovarsi al cospetto di una piacevolissima versione al femminile di Jonathan Hulten (
“Creatures In The Night”, “See The Water”).
Al posto di Maiah, non avrei dubbi su come investire tempo, energie e risorse nei prossimi anni.
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