I
The Night Eternal sono stati un esempio di come si possa bilanciare in maniera efficace e proficua
heavy metal,
dark-wave e tenui bagliori di
epic-doom.
Il fatto che l’introduzione sia declinata al passato (prossimo) dovrebbe lasciar “intuire” che con il loro terzo
album e il passaggio all’eminente patrocinio della
Metal Blade Records, “qualcosa” è cambiato.
Non moltissimo, in realtà, eppure l’incremento della quota squisitamente
dark nella formula sonora credo potrà destare più di una perplessità in chi si era esaltato per “
Moonlit cross” e “
Fatale”.
Un cambiamento nel dosaggio che ha fatalmente comportato anche una maggiore accessibilità delle strutture musicali, oggi sempre più sotto l’influsso oscuro di The Sisters Of Mercy, The Mission e Fields of the Nephilim, sulla scia degli ultimi Lord Vigo, di Unto Others e New Skeletal Faces.
Indifferenti ad ogni eventuale arbitrario addebito di “commercializzazione”, diciamo subito però che i contenuti musicali di “
Cold velvet” non sono del tutto entusiasmanti, e i motivi sono specificamente di carattere emozionale, affossato da un’eccessiva omogeneità compositiva e da scampoli di freddezza espressiva.
Una situazione che si sviluppa a dispetto di un avvio piuttosto confortante: la palpitante “
Where this world ends” (forse la più affine al passato della
band teutonica), l’impeto tenebroso di “
Eurydice (don’t look back)” (omaggio a
Andrew ‘Eldritch’ William Harvey Taylor e a
Jerry Wayne Hussey) e la seducente “
Caught in a spell” (con vaghi riverberi Ghost-
iani nell’impasto sonico) rappresentano un’eccellente testimonianza del “nuovo corso” dei
The Night Eternal.
Da qui in avanti la tensione emotiva comincia ad affievolirsi e anche se “
When the last candle dies”, “
The veins of time” e “
Shape of sorrow” sono gradevoli spaccati di pulsante decadenza sonica, bisogna attendere prima gli scatti di “
The watcher of the burning veil” e poi l’intensità di "
Dance on crimson ground” per assistere al ritorno di quei “guizzi” di inquieta e intraprendente contaminazione che tanto avevano contraddistinto la parabola artistica pregressa del gruppo.
In conclusione, nel qualificare “
Cold velvet” non si può di certo parlare di “delusione”, ma nell’evoluzione del
sound dei
The Night Eternal sembra oggi affiorare un pizzico di conformismo e di astenia che finora non era mai stato individuato, accendendo un “preallarme” che non lascia del tutto sereni e appagati.
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