Nuovo disco solista (il terzo) per
Paul Laine … la memoria va immediatamente allo sforzo immane che feci per reperire “
Stick it in your ear” (1990) il brillante debutto del
vocalist canadese, che gli consentì di entrare nei Danger Danger e da lì proseguire in una carriera professionale che cita anche Shugaazer, Darkhorse e The Defiants.
Faccende d’altri tempi, che chi non li ha vissuti fa un po’ di fatica a comprendere, e che oggi vengono rimpiazzate, in fatto di “impegno”, dal decidere su quale pubblicazione discografica applicarsi con zelo, visto il
mare magnum delle uscite odierne.
Ebbene, “
The long road back” è un
album che merita la scrupolosa attenzione di tutti gli estimatori del
rock melodico, quelli che amano i gruppi a cui
Laine ha fattivamente contribuito e che hanno una certa “nostalgia” di quando
Jon Bon Jovi e
Bryan Adams infiammavano la “scena” con le rispettive
band.
Un’affermazione, quest’ultima, che implica la presenza sia (innanzitutto) di sonorità “classiche” e sia di tentazioni più “attualizzate” (trattate, ad esempio, con gli Shugaazer), in un crogiolo musicale in cui, citando le parole dell’autore, “[…]
Ogni canzone racchiude un pezzo della vita che ho vissuto, delle persone che ho incontrato e delle lezioni che ho imparato lungo il percorso. […]”.
Un
mix che magari potrà “infastidire” alternativamente i “conservatori” o i “progressisti” del genere e che invece ritengo illustri assai bene l’
excursus espressivo di un artista che sa muoversi nelle varie sfumature del settore con destrezza, misura e talento.
Coadiuvato nel “viaggio” da volti noti (
Bruno Ravel, sodale del nostro nei Danger Danger e nei The Defiants, anche co-produttore dell’albo) e meno celebri (
Scotty ‘Hooch’ Taylor e
Andrew Oye, che con
Paul ha scritto “
Someday”, uno dei “pezzi forti” della raccolta),
Laine si ritaglia fin da subito un ruolo da protagonista nell’ambito dell’
AOR adescante e
anthemico, aprendo la scaletta di “
The long road back” con una “
Love me or leave me” dall’impatto imperioso, istantaneo e duraturo.
“
Don't let me go tonite” prosegue sulla stessa linea ispirativa, aggiungendo ulteriore spigliatezza ed enfasi (qualcosa tra i Bon Jovi di “
New Jersey” e il primo
Bryan Adams) e anche “
Someday”, con il suo incedere avvolgente e languido, non potrà che conquistare i cultori della grande tradizione del
melodic rock.
Con “
Come back to me” la platea di potenziali ammiratori si estende anche ai meno “tradizionalisti”, adescati da una melodia (dai tratti sempre abbastanza
Adams-iani, prelevati dalla sua parabola musicale più “matura” e mescolati con appena un briciolo di Kings of Leon) adatta pure alla “radiofonia” contemporanea.
Ritornare su efficaci sentieri Bon Jovi-
eschi, con “
Save me saturday night”, non è per nulla “traumatico”, aggettivo che invece potrebbe adattarsi alla transizione nel
groove poderoso ed elettronico di “
Her name is trouble”, soprattutto se non gradite “roba” alla The Rasmus o avevate mal digerito la svolta “modernista” di certi Danger Danger.
La ballata “
Heaven and Earth collide” mette tutti d’accordo, grazie ad una sensibilità armonica di prim’ordine, mentre “
Bad habit” desta qualche perplessità non tanto per questioni “stilistiche”, ma semplicemente perché sfrutta le prerogative dell’inno in modo un po’ troppo manieristico.
Solarità
rootsy e nostalgie assortite contraddistinguono la garbata “
Kiss me California” e la raggiante “
The ones that got away”, lasciando, infine, che sia la malinconia enfatica, vagamente Guns N' Roses-
esca, di “
Now that you don't love me anymore” a completare la ricca ed incisiva gamma emozionale di “
The long road back”.
Ora che le prestazioni artistiche di
Paul Laine sono facilmente vagliabili, non rimane che analizzarle a fondo con sommo piacere, scoprendo che, ancora una volta, si tratta di materiale sonoro molto competente, ispirato e decisamente coinvolgente.