Definitivamente (speriamo …) accantonate le angustie che li avevano condotti ad un fugace scioglimento, i
Graveyard a tre anni dal precedente “
6” tornano a solcare da protagonisti gli affollati sentieri dell’
hard-rock blues, dimostrando ancora una volta come si possa emergere dai pantani del
revival grazie a intensità espressiva e ispirazione, lasciando ad altri la fatica di sgomitare in una scena che non accenna ad un ridimensionamento.
Forti di una rinnovata convinzione nei propri mezzi, gli svedesi dal ritorno ad oggi hanno progressivamente inasprito il loro
songbook, arrivando con questo “
Fever” a lambire l’irruenza “giovanile” degli esordi, ancora oggi apice del loro comunque sempre molto appagante percorso artistico.
Con un
Joakim Nilsson in piena forma, il disco offre una nuova occasione di sollazzo uditivo a chi ritiene Black Sabbath, Blue Cheer, Cream e Groundhogs entità venerabili anche nel 2026, capaci di trasmettere tutta la loro più radicata sapienza ad un numero piuttosto limitato di “autentici” devoti.
Una venerazione mai calligrafica e costantemente appassionata è dunque ciò che troverete in questa “febbricitante” raccolta di canzoni, inaugurata da una poderosa e sinuosa “
Back from the grave”, in grado di illustrare meglio di tante parole cosa vuol dire aver acquisito, metabolizzato e filtrato tramite la propria sensibilità espressiva i dogmi dell’
hard-rock dei
seventies.
Con le scorie
garage-punk di “
Tongue tied” il clima diventa più torbido, ruvido e corrosivo, mentre “
A better cut (note to self)” si candida fin dal primo contatto come uno dei momenti più ammalianti dell’opera, alimentato da un
groove caldo, acido e avvolgente.
La scattante “
Year of the horse” riprende a favorire fiotti di “antica” adrenalina priva di “scadenza”, ma se invece preferite soluzioni armoniche più voluttuose e viscerali ecco che “
A means to an end” potrà soddisfare le vostre esigenze, al pari dell’incedere cupo e strisciante di "
Time to tell” e della conclusiva “
Dead note”, una sorta di melodramma
blues in cui l’influenza dei tenebrosi istrionismi Doors-
iani cresce d’importanza.
In “
Fever” c’è anche spazio per enfatizzare, in “
Don’t shoot!”, l’anima
soul dei
Graveyard e per confermare, nella tumultuosa “
Room tempered”, la loro ritrovata e consolidata esuberanza.
In un settore dove la smodata passione per certi suoni e la nostalgia per un modo più “istintivo” d’intendere la musica rischiano di condizionare giudizi e responsi, non ci sono incertezze nell’eleggere ancora una volta i
Graveyard tra i pochi “veri” eredi della migliore tradizione dell’
hard-blues … di un tipo di cui i
Maestri possono proprio andare fieri.
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