I presupposti non sono del tutto “incoraggianti” … una
band capitanata da un enigmatico figuro con maschera argentea che prende il nome di
The High Priest e che per il suo debutto discografico si fa supportare da un manipolo di “fedeli discepoli” formati dal chitarrista
Arch Lector e (per l’appunto …) dai
The Faithful Disciples, non meglio identificati e specificati per incarichi e oneri esecutivi.
Non stupisce, quindi, veder segnalare, nella scheda di presentazione di “
Chapter one”, i
Diamond Rain ai
fans dei Ghost, e inevitabilmente quando
cliché e legami tanto celebri sono così ostentati, il rischio è che la “riproduzione” o la celebrazione caricaturale di suoni e approcci espressivi siano dietro l’angolo.
Se poi al novero dei possibili “complici” artistici del gruppo vengono citati anche The Night Flight Orchestra e Nestor, due dei miei personali eroi musicali “recenti”, e indicati tra i modelli ispiratori dei nostri pure venerabili del calibro di Blue Öyster Cult, Roxette e Kiss, la cosa intriga ma non “tranquillizza”, come spesso accade quando i riferimenti, soprattutto in contesti apparentemente un po’ artificiosi, sono assai ambiziosi e impegnativi.
Ebbene, alla prova risolutiva dell’ascolto, sebbene vengano confermate praticamente tutte le sorgenti e le correlazioni artistiche, bisogna anche ammettere che il risultato è piuttosto godibile, a partire da una incalzante “
Naked city”, che oltre agli estimatori dei TNFO, piacerà pure a quelli dei Captain Black Beard.
Un’analogia evidente ma gestita con un certo buongusto, lo stesso che intride il crepuscolare clima
synth-pop di “
I need love” e anche le pulsazioni vagamente Duran Duran-
esche di “
Saviour (Minutes away)”, perfette per le vostre (magari inconfessabili) esigenze “danzerecce”.
Qualora, invece, sentiate il bisogno di inni vaporosi, enfatici e spensierati, ecco che “
Heroes” arriva in vostro soccorso, così come “
Spiritual revolution” e “
Rosalie hillsong” si propongono come solidi arpioni sensoriali per chi amerebbe vedere
Tobias Forge, i Kiss di “
Dynasty” e i Toto più “commerciali” riuniti nella medesima
line-up.
Con “
Alistah” le reminiscenze risalgono direttamente fino a una delle fondamentali fonti primigenie di certe sonorità, ovvero ai Blue Öyster Cult, mentre “
The key” e “
Never leave” sono altri due istantanei
pop-anthem, stavolta dal carattere maggiormente soffuso e raffinato, alimentati da adescanti stratificazioni vocali.
Un breve frammento recitato denominato “
Noli respicere” conclude “
Chapter one”, lasciando l’astante in preda ad un misto di attrazione e di latente sensazione di “parodia” … nel caso, è palese che i
Diamond Rain sanno come “abbindolare” il prossimo con discrete dosi di acume e perizia … per ora a prevalere è l’infatuazione, attendiamo il “secondo capitolo” nella speranza di chiarire meglio la situazione.
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