Dal vinile allo streaming: l’industria musicale nell’epoca digitale

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Pubblicato il:27/05/2020
Il passaggio dall’epoca analogica a quella digitale ha completamente trasformato il mondo della musica, sia a livello creativo sia dal punto di vista dell’ascolto. Oggi, grazie alle reti sociali e alle piattaforme video come YouTube o Vimeo, migliaia di musicisti e band di tutto il mondo possono condividere in tempo reale le loro composizioni, anche senza avere una casa discografica alle spalle. Le stesse label (siano esse etichette indipendenti o grandi major) che per mezzo secolo avevano dettato le regole dell’industria musicale, hanno dovuto adattarsi al cambiamento. Come spiega un reportage di Italia Aperta, il mercato di oggi e quello di vent’anni fa sono solo lontani parenti.

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Fonte: Unsplash

Il processo che ha portato alla nuova realtà in cui oggi viviamo è iniziato negli anni ’80 del secolo scorso, con l’avvento del CD. Da allora è stato un susseguirsi ininterrotto di innovazioni tecnologiche, fino alla nascita delle piattaforme online che attualmente offrono servizi di download e streaming. Questa progressiva “smaterializzazione” ha riguardato tutti i settori dell’intrattenimento, dal cinema ai contenuti televisivi, dallo sport al gaming. I servizi offerti nel settore dei casinò online da Betfair o in quello dei videogiochi da Twitch sono solo due esempi tra i più attuali. Grazie a dispositivi wireless, ormai possiamo ascoltare musica o giocare in movimento, mentre facciamo altro, da soli o in compagnia.



Secondo i dati del rapporto Music Listening 2019, pubblicato da IFPI, federazione che rappresenta l'industria discografica mondiale, l’89% di chi ascolta musica nel mondo utilizza oggi servizi di streaming. Guardando all’Italia, il 57% degli ascoltatori consuma musica solo attraverso servizi di audio streaming. Le motivazioni principali di questa scelta sono la possibilità di accedere a un catalogo immenso (63%) e la possibilità di selezionare la musica preferita (53%). Nel nostro Paese, inoltre, i generi più ascoltati sono “repertorio locale” (60,6%), rock (53,9%), cantautorato (48,9%) e colonne sonore (31,9%).

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Uno dei grandi protagonisti di questa trasformazione dell’industria musicale è sicuramente il colosso svedese Spotify. Fondata a Stoccolma nel 2006 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, la piattaforma iniziò ufficialmente a operare nel 2008, offrendo una grande selezione di brani musicali di case discografiche come Sony, EMI, Warner Music Group e Universal ecc. Dal 2011 è attiva negli Stati Uniti e dal 2013 in Italia. In poco più di un decennio ha aperto sedi in tutto il mondo, da Toronto a Mumbai, da New York a Città del Messico, da Parigi a Milano e molte altre ancora. Nel 2019 ha raggiunto i 124 milioni di abbonati a pagamento su un totale di 271 milioni di utenti. Per dare un’idea delle dimensioni gigantesche di questo fenomeno basta ricordare che nel 2019, su Spotify, i Metallica hanno fatto registrare un miliardo di ascolti da tutto il mondo.



L’avvento di Internet e dei nuovi dispositivi digitali ha rivoluzionato il settore della musica. Fino a pochi anni fa, per valutare il successo di un artista si misuravano le vendite degli album (in vinile o in CD) o il numero di ingressi ai concerti. Oggi, invece, ciò che conta è il numero di ascolti o visualizzazioni sulle piattaforme digitali e il numero di "mi piace" sulle reti sociali.
Articolo a cura di Gianluca 'Graz' Grazioli

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