Hatecore Connection - Intervista a Max Ribaric e Davide Maspero

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Pubblicato il:21/02/2021

Gli autori di “Hatecore Connection – L’anima nera dell’hardcore”, Max Ribaric e Davide Maspero ci raccontano la genesi e la realizzazione del libro, cogliendo l’occasione per tutta una serie di considerazioni, non solo musicali, che ci restituiscono l’immagine di due autori bravi e competenti, veramente addentro alle cose che scrivono.

Prima di parlare del libro, cosa che non abbiamo fatto al tempo di “Come lupi tra le pecore”, mi piacerebbe che vi presentaste ai nostri lettori e spiegaste quale è il vostro background cultural/musicale.
Max: Comincio io, anche se poi, a dispetto di una minima differenza anagrafica tra me e Davide, entrambi abbiamo vissuto più o meno lo stesso “ciclo culturale/musicale”. Come molti ragazzini degli anni Ottanta sono cresciuto e mi sono formato con la scena metal del periodo (Iron Maiden, Ozzy Osbourne, Possessed, Manowar, Helloween...) per poi virare via via verso lidi sempre più estremi approdando, in ultima istanza, al black metal degli anni novanta. Durante l'adolescenza, parallelamente al metal tout-court, il primo vero shock culturale mi è stato gentilmente offerto dal folk apocalittico e dalla scena industriale (Laibach, Death in June, Boyd Rice, Current 93, Blood Axis, Les Joyaux de la Princesse...) e da lì sono gradualmente emersi tutta una serie di suggestioni e indirizzi di natura politica, esoterica e culturale. La cosiddetta Apocalypse Culture è stata fondamentale per la mia crescita, e mi ha permesso di osservare da un posizione privilegiata numerosi aspetti – tutt'altro che banali – del nostro vivere quotidiano.
Davide: Grosso modo lo stesso percorso, anche se il mio battesimo del fuoco è avvenuto con il thrash metal (gli Slayer sono, almeno per me, il gruppo definitivo) per poi allargare il bacino di ascolti in tutte le direzioni, dal death al post hardcore, senza ovviamente dimenticare il black metal, forse il genere che mi ha dato di più in termini di ascolti e stimoli. Gli MZ.412 sono stati il ponte tra quel mondo e quello dell’industrial di scuola Cold Meat Industry, e da lì a scoprire tutta la scena post-industriale, la power electronics e il folk apocalittico il passo è stato breve. L’incontro/scontro con quell’ambiente così pieno di contraddizioni, traboccante di riferimenti letterari, estetici, politici ed esoterici, è stato formativo, per molti versi illuminante, e ha influenzato tutto il mio percorso successivo in termini di letture, collaborazioni, viaggi e interessi.
Veniamo a noi, come è nata l’idea di questo libro?
Davide: “Come lupi tra le pecore” terminava con un capitolo dedicato all’hatecore più becero, reso celebre da una manciata di nomi legati a doppio filo con il mondo metal (uno su tutti, quel folle di Seth Putnam degli Anal Cunt). Un modo per gettare uno sguardo su altri scenari radicali contigui all’NSBM.
Credevamo che quel breve excursus esaurisse il tema ma, con nostra sorpresa, abbiamo realizzato che dietro c’era un movimento che andava crescendo come testimoniato dalla dicitura National Socialist Hardcore che sempre più spesso faceva capolino nei vari mailorder underground. Essendo un’apparente contraddizione in termini – se consideriamo le radici dell’hardcore che tutti conosciamo – la cosa ci ha incuriosito e abbiamo iniziato a sondare il terreno per capire se ci fosse abbastanza carne al fuoco per una pubblicazione a tema.
Un aneddoto interessante: durante la fase preliminare, quando ancora non eravamo certi di avere abbastanza materiale per scrivere qualcosa di valido, abbiamo contattato Bob Huber (front-man dei Blue Eyed Devils, forse il gruppo cardine dell’NSHC). Gli abbiamo fatto una decina di domande, curiosi di vedere se ci avrebbe risposto a monosillabi o ne avremmo ricavato qualcosa di interessante. Ci ha rispedito 24 pagine belle fitte. A quel punto ci siamo convinti e abbiamo iniziato a lavorare a tutto il resto.
Trattandosi di una scena circoscritta eravamo certi di cavarcela rapidamente, invece ne è fuoriuscito un tomo voluminoso che ci ha tenuti occupati, tra scrittura, interviste, revisioni e inevitabili disguidi legati alla vita di ogni giorno, per la bellezza di quasi quattro anni.
Come funziona la scrittura ‘a quattro mani’? Come vi siete suddivisi i compiti?
Davide: Scrivere a quattro mani significa impostare al meglio il lavoro prima ancora di scrivere una singola parola. Serve stabilire cosa finirà nel libro e cosa no, in che ordine, secondo quali criteri, quali gruppi è necessario intervistare e quali domande specifiche rivolgere ai protagonisti al fine di avere un quadro della realtà di quel Paese o di quella data scena. Serve inoltre stilare una scaletta il più possibile dettagliata, in modo da capire come gli argomenti andranno ad incastrarsi in modo logico. Fortunatamente abbiamo messo a frutto l’esperienza maturata con il precedente libro, si è trattato quindi di applicare nuovamente un metodo di lavoro già rodato.
Se la fase preparatoria viene affrontata bene diventa quasi secondario stabilire chi scriverà cosa, poiché i principali “snodi narrativi” sono già definiti a monte. La scelta degli argomenti avviene quindi sulla base di semplici preferenze personali, del materiale che avevamo sottomano (fanzine, dischi, libri) e via di questo passo.
Nel libro ci sono praticamente le recensioni di decine di dischi e la lettura dei relativi testi. La domanda che sovviene è li avete veramente ascoltati tutti? E l’avete fatto per il libro o eravate già addentro la materia?
Max: Anni fa una domanda simile avrebbe potuto suonare quasi offensiva ma, vista l'epoca disgraziata in cui stiamo vivendo (dove a molti basta una connessione a Internet per potersi subito elevare ad esperti di questo o quel settore specifico), il dubbio è più che legittimo. Ad ogni modo, come nel caso di “Come lupi tra le pecore”, anche “Hatecore Connection” nasce su solide e concrete fondamenta discografiche. Sono anni (meglio, decenni) che acquistiamo e ascoltiamo dischi, leggiamo riviste e fanzine di settore, partecipiamo a concerti e seguiamo i vari eventi correlati. Sì, i dischi li abbiamo ascoltati tutti. Veramente. Ovviamente nessuno possiede tutto di tutti, ma laddove è emerso qualche buco è presto giunto in soccorso l'amico collezionista con la medesima passione e indole da archivista. Certo, essendo un tomo che tratta la scena in modo globale, alcuni gruppi ci erano ben noti da parecchio tempo (soprattutto il giro americano del periodo Resistance Records) mentre altri li abbiamo approfonditi in funzione di questo saggio.
L’idea che un intero genere musicale possa essere appannaggio di questa o quella corrente politica o ideologia è piuttosto limitante, ma nel libro si dibatte di questo tema ovvero se l’hardcore sia di destra o di sinistra. Come vi ponete di fronte a queste categorizzazioni?
Max: Proprio per via di queste categorizzazioni abbiamo pensato che valesse la pena addentrarci nella faccenda. Uno storico e oggettivo monopolio culturale della Sinistra non determina automaticamente il controllo totale di questa o quella scena musicale. È interessante leggere le memorie di gioventù di alcuni dei musicisti intervistati, i gruppi con cui si sono formati, l'ambiente in cui sono cresciuti e le scelte che li hanno portati ad abbracciare l'NS hardcore. Le testimonianze di prima mano possono aiutare il lettore a comprendere eventi e situazioni andando oltre certi cliché, o peggio, certe caricature tipicamente giornalistiche. L'NSHC è una frangia minoritaria. Vero. Ma resta il fatto che c'è, e che non se ne andrà via. La sua è una realtà ormai ben consolidata, nomi e gruppi storici non possono essere più cancellati: tanto valeva raccontarne – per la prima volta – la sua controversa saga.
Credo che questa sia la vostra seconda pubblicazione in tema di musica e nazismo, come mai avete deciso di indagare le plurime connessioni tra questi due elementi?
Davide: La risposta è abbastanza semplice: perché ancora non l’aveva fatto nessuno. E non solo in Italia, anche all’estero. “Come lupi tra le pecore” è stato il primo libro a cercare di storicizzare un fenomeno che vanta un bacino d’utenza numericamente rilevante e una vasta rete di gruppi, etichette, distro che si muovono dietro le quinte. Infatti il libro è stato ben accolto anche all’estero con traduzioni in altre tre lingue. “Hatecore Connection” nasce per continuare l’opera, andando a chiudere il cerchio che avevamo lasciato aperto alla fine di “Come lupi…”, con l’intento di mappare un altro fenomeno (musicale e culturale) poco conosciuto ma che fa comunque parte di quel complesso mosaico che è l’underground.
La necessità di questa sorta di indagine musicale sul nazismo qualcuno potrebbe sostenere che sottenda anche una certa aderenza a quelle tematiche. Che ne pensate?
Max: Penso che quel qualcuno sia libero di pensare e sostenere ciò che preferisce. Non abbiamo mai scritto un libro con l'intenzione di provocare zizzania a tempo perso, detto ciò è indubbio che vi sono degli argomenti che – per quanto oggi siano considerati problematici – ci interessano e che per questo motivo cerchiamo di trattare con il massimo rigore e un'adeguata soglia di attenzione. Ogni critica è benvenuta. Dopo aver letto il nostro lavoro, ovviamente.
Nel libro tracciate anche lo scenario politico nel quale nasce e si afferma l’hatecore. Quanto e in che modo l’attuale instabilità politica favorisce l’emersione e l’affermazione di tendenze destrorse?
Davide: Non credo che l’instabilità politica favorisca unilateralmente forze destrorse. Più corretto è dire che l’instabilità politica e delle istituzioni favorisce, almeno in linea generale, tutte quelle formazioni radicali (di Destra, di Sinistra, anarchiche, populiste) che sono in grado di intercettare e canalizzare la rabbia della gente. Periodi di crisi tendono a polarizzare le opinioni e ad acuire lo scontro ideologico, dando forza a questa o quella fazione a seconda degli accadimenti che segnano un certo periodo storico. In Europa, per fare un esempio, la malagestione della crisi migratoria di qualche anno fa ha sicuramente dato nuova linfa a molti partiti identitari, sul versante opposto la crisi del debito sovrano del 2010 aveva favorito i partiti di Sinistra (Podemos in Spagna, Syriza in Grecia).
L’hatecore, in quanto ideale colonna sonora della militanza politica, affronta diversi temi, da quelli legati alla quotidianità più spicciola a quelli più esplicitamente politici di cui abbiamo detto sopra, rielaborando il tutto in chiave ideologica. È al contempo una valvola attraverso cui sfogare la propria frustrazione verso un mondo circostante percepito come “sbagliato” e strumento di propaganda per attrarre giovani che condividono questa frustrazione.
Avete subito tentativi di censura o boicottaggio per questo libro? Come mai non è uscito anch’esso per la Tsunami ed è invece stato pubblicato da una casa editrice che fa parte dei circuiti della destra?
Davide: Fortunatamente nessun tipo di boicottaggio finora, anzi abbiamo raccolto diversi (inaspettati) commenti positivi da persone estranee all’ambiente politico ma interessate a conoscere una realtà di cui ignoravano l’esistenza. Una reazione che ovviamente ci gratifica, poiché il nostro approccio al tema non è stato agiografico ma il più oggettivo possibile.
La scelta della casa editrice è in realtà frutto del caso. “Come lupi tra le pecore” nasceva da un’idea dei ragazzi di Tsunami, con cui ci siamo costantemente coordinati durante tutto il processo di scrittura, impaginazione fino alla pubblicazione finale. “Hatecore Connection” nasce invece da una nostra idea, abbiamo quindi lavorato in autonomia prendendoci tutto il tempo necessario. A giochi fatti abbiamo proposto il libro finito a Tsunami che però non era interessata a pubblicarlo.
Ci siamo guardati intorno in cerca di un altro possibile approdo e, tramite il provvidenziale aiuto di un nostro amico, lo scrittore e giornalista Alex Pietrogiacomi, siamo entrati in contatto con Passaggio al Bosco che, avendo avuto modo di apprezzare il nostro lavoro precedente, si è detta disponibile. Il fatto che la casa editrice sia schierata a Destra non è per noi un problema, si tratta in fondo di un patrimonio musicale che fa capo a quell’area quindi è tutto sommato nell’ordine delle cose che un libro del genere abbia destato il loro interesse. Per noi era importante farlo uscire nel migliore dei modi e Passaggio al Bosco, da questo punto di vista, ci ha trattato in modo encomiabile, sobbarcandosi un lungo lavoro di impaginazione e venendo incontro a tutte le nostre richieste.
A tal proposito come si coniuga il tema della libertà di espressione e di pensiero con la loro manifestazione a favore di tematiche razziste e supportive del genocidio? Siamo ancora nel campo del diritto alla libera manifestazione del pensiero?
Max: Sì lo siamo. La libertà di pensiero/espressione/parola è quella cosa per cui siamo disposti a dare voce a ciò che non ci piace ed è contrario al nostro sentire. Se pretendiamo che tutto si accordi alla nostra visione del mondo e non accettiamo alcun genere di contraddittorio allora è inutile riempirsi la bocca di parole come “libertà di opinione”. A cosa serve la libertà di espressione se non è dato di esprimere alcun pensiero dissonante dalla vulgata comune?
Davide: Se il discorso vale per il black metal, che incita allo sterminio di massa, al suicidio o quant’altro, se vale per i Deicide quando cantavano “Kill the Christians”, se vale per i testi dei Brainbombs o di GG Allin, se vale per tutta quella trap che parla di droga, armi e abusi vari (e io sono dell’idea che questa roba vada benissimo) allora deve valere anche in questo caso. La libertà di espressione non può fermarsi laddove qualcosa ci offende. Soprattutto se parliamo di un contesto “artistico” (virgolette d’obbligo), ancora di più se parliamo di musica estrema. In caso contrario il problema non sono i contenuti, è l’ascoltatore che ha sbagliato genere.
Sul punto recentemente anche i social hanno operato una stretta rigorosa sui contenuti potenzialmente discriminatori. Il facebook della pagina di metal.it è stato fortemente limitato semplicemente per aver condiviso pubblici contenuti riguardanti Burzum. Non c’è il rischio di andare all’estremo opposto? E l’estremo opposto della libertà di manifestazione del pensiero, manco a farlo apposta, viene comunemente etichettato come fascismo.
Davide: Il rischio c’è, neanche troppo velato, soprattutto alla luce dell’ondata politicamente corretta che investe un po’ tutti i settori, dalla cultura all’intrattenimento. Pensa a Burzum bannato da Facebook (perché poi? Nei suoi dischi non c’è politica…) ma anche ai libri di Dugin rimossi da Amazon, alle polemiche nate attorno a certi film o serie tv, al fenomeno della “cancel culture” che ha preso piede in America (sempre ansiosa di buttarsi in una bella caccia alle streghe) che colpisce chiunque non si allinei a una certa narrazione. I social network, che operano per mero profitto e non certo come baluardi della libertà, amplificano il fenomeno e arbitrariamente censurano. Fino a quando reggerà il paravento del «sono società private e fanno quel che vogliono»?
Fa specie poi che, a decidere cos’è accettabile, siano società che sono state oggetto di critica per la scarsa trasparenza, per le modalità con cui i loro algoritmi presentano le informazioni (pensa a un documentario, pur in parte fazioso, come “The Social Dilemma”), e per la “leggerezza” con cui gestiscono i dati sensibili. Il discorso è complesso, e non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, tuttavia non c’è dubbio che lo scenario attuale presenti più di qualche stortura.
Tuttavia, se ci limitiamo a considerare l’ambito musicale – quello estremo in particolare – credo che il danno sia tutto sommato relativo. Ciò che viene bannato dai social network continuerà a circolare a livello sotterraneo per poi riemergere altrove. Forum, webzine, blog, telegram, file-sharing… la Rete è un mondo vasto che si amplia ogni giorno di più. Chiaramente si richiederà all’ascoltatore curioso di fare uno sforzo di ricerca in più che non sia scrollare la sua bacheca di Facebook, ma questo non è necessariamente un male.
Il dato ultimo è che la musica estrema ha sempre maneggiato a suo piacimento simboli e tematiche radicali di qualsiasi natura, non solo politiche. Basta guardare a cosa si è fatto nel campo del black metal, del punk, per non dire del folk apocalittico o della power electronics dove tutto è concesso. E questo tipo di approccio libero da tabù non è, fortunatamente, destinato a cambiare per via di qualche crociata moralista nata sul web.
A proposito di musica e nazismo o comunque derive autoritarie, credo che dopo black metal e hardcore adesso manchi il genere per eccellenza, ovvero tutto il filone della musica industriale/marziale/folk e relative derivazioni. Avete già pensato a questo possibile nuovo libro?
Max: Non sei il primo a sollevare la questione. Anzi, direi che si tratta di una domanda che emerge, quasi ciclicamente, più volte all'anno. Ma almeno su questo fronte penso proprio che non scriveremo nulla. “Come lupi tra le pecore” ed “Hatecore Connection” sono nati entrambi su alcuni semplici – ma basilari – presupposti: in primo luogo trattare un argomento che ci interessa (scriviamo sempre per piacere, mai per necessità) e in secondo luogo trattare un argomento che non ha mai affrontato nessun altro. Invece, nel caso del neofolk e affini, l'editoria si è già mossa con titoli che abbondano sia in termini di numeri che di varietà: senza un ordine particolare penso a “Misery and Purity”, “Le Livre Brun”, “England's Hidden Reverse”, “Nascosto tra le rune”, “Battlenoise!”, “Rumori sacri” e “Looking for Europe”. Soprattutto quest'ultimo, dopo l'uscita della sua edizione in lingua inglese (2013), ha sopperito in modo egregio alla fame di notizie e informazioni di cui molti ascoltatori necessitavano. Nel nostro piccolo, già una decina di anni fa (2008) abbiamo pubblicato la biografia ufficiale del Blood Axis (intitolata “Day of Blood”) e pertanto oggi come oggi consideriamo esaurita la nostra missione editoriale (perlomeno in questo campo).
Per dirla tutta, essendo una scena che abbiamo vissuto in diretta, in prima persona e in modo viscerale, non abbiamo timore nel definirla estremamente fragile e complessa. Credo che, con tutta la più buona volontà, non saremmo mai in grado di trattarla in maniera adeguata. Con il passare degli anni siamo giunti alla conclusione che determinate “stagioni musicali” sono state per noi un vero e proprio periodo di grazia, ma che non è nostro compito cercare di narrarne le cronache. Oggi come oggi, nel tentativo di riassumere lo stato d'animo di quello che fu il cosiddetto “fenomeno neofolk”, ci piace citare il pensiero di uno scrittore italiano che giusto qualche anno fa, nel pubblicare un articolo incentrato sui Death in June, se ne uscì con queste illuminanti parole: «In sintesi: troppo fascisti per i compagni, troppo compagni per i fascisti, troppo difficili per i restanti».
Amen.
Vi lascio lo spazio per concludere.
Max: Prima di tutto ci preme ringraziarvi per lo spazio e l'attenzione concessaci, la cosa non era affatto scontata. Per chi si fosse incuriosito leggendo queste righe segnaliamo i siti dove è possibile visionare il nostro operato: Occidental Congress (www.occidentalcongress.com) ossia il nostro “think tank apocalittico”, in attività fin dal lontano 1998, e poi le case editrici che hanno curato i nostri due saggi musicali, rispettivamente sull'NSBM e sull'NSHC, ossia la Tsunami Edizioni (www.tsunamiedizioni.com) e la Passaggio al Bosco Edizioni (www.passaggioalbosco.it).
Articolo a cura di Luigi 'Gino' Schettino

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