Articolo / THE ROLLING STONES: "Blue & Lonesome", omaggio a Charlie Watts

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Pubblicato il:11/10/2021
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Quest’anno è un anno terribile per i batteristi e tra le morti più celebri nel mondo del Rock e del Metal nel giro di poco tempo Joey Jordison (storico batterista dei primi quattro album degli Slipknot), Ron Bushy (ex Iron Butterfly, suonò in quella pietra miliare della psichedelia americana di “In-a-Gadda-Da-Vida”) e Charlie Watts dei Rolling Stones sono scomparsi.
Nel caso dei primi due voglio ricordarli rimandandovi alle recensioni di quelli che sono i lavori migliori nei quali sono stati dietro ai rispettivi drum kit, con un pensiero particolare all’ex Iron Butterfly che non ha avuto tantissimi omaggi, mentre per Charlie Watts voglio ricordarlo parlandovi di uno dei miei dischi preferiti dei Rolling Stones, il loro ultimo album, “Blue & Lonesome”.

Per quanto mi riguarda, quello dei Rolling Stones è un nome che mi sta molto a cuore, visto che “(I Can't Get No) Satisfaction” con quel suo riff iniziale mi stregava sempre quando partiva la rubrica di “Eat Parade” sul Tg 2: quello fu tra i miei primi contatti con le Pietre Rotolanti, dopo le cassettine masterizzate di mio padre.



Passano gli anni, passano i dischi, le band, gli ascolti e le scoperte, ma certi classici rimangono anche se certi nomi un po’ li accantoni per far spazio ad altro e si giunge quindi al 2017 (o era il 2018?), quando in maniera totalmente fortuita, sui Rai 5 vedo un documentario sui The Rolling Stones: tra spezzoni di jam varie e interviste, scopro con grande sorpresa che poco tempo prima avevano rilasciato un nuovo album in studio, registrato in tempi molto brevi visto che si parlava di soli tre giorni di registrazioni!

Ed informandomi un minimo (internet è pur sempre nostro amico), scopro questo album di vecchie cover Blues uscito a ben undici anni di distanza dal precedente lavoro. Il Blues per il sottoscritto è un genere che tocca certe corde e nomi come Steve Ray Vaughan o Joe Bonamassa (quest’ultimo magari in compagnia di Beth Hart) mi ha dato tanto, quindi l’acquisto è stato immediato e obbligatorio.



Non toccherò i classici delle Pietre Rotolanti, perché non serve l’ennesimo articolo su quanto sia importante un “Beggars Banquet” piuttosto che un “Some Girls”: nella loro lunga storia si è passati da un rock ‘n roll imbevuto di Beat negli esordi ingenui e tra quei solchi di tanto in tanto spuntava qualche cover di Robert Johnson (il “Bluesman del diavolo”, l’iniziatore del mito dei 27), per approdare poi alla fase Psichedelica molto debitrice dei Beatles; dopo nei primi anni ’70 si è andati ad abbracciare un Hard Rock con svisate Folk/Country, mentre nella seconda metà del decennio e poi per molti album a venire, i The Rolling Stones si avvicinarono a sonorità più Pop Rock, influenzate di volta in volta con le mode musicali del momento, quindi dal Funk, si passava al Raggae per andare ad abbracciare pure la Disco Music.
In tutte queste varie fasi della band il sottile filo rosso che le ha sempre unite è stato uno: il buon caro, vecchio Blues.
Quindi fare un album di cover Blues, rivisitate e riattualizzate non è solo un modo per fare un disco divertendosi e omaggiando un genere musicale da loro amato, ma è anche un modo per tornare alle radici e alle origini del proprio sound, in un periodo nel quale il Rock ‘N Roll era ancora in fasce o anche prima, quando non esisteva ancora.



Ecco che in questo lavoro si viene sballottati un po’ tra alcune scene regionali del Blues americano: si comincia dal Blues del Delta del Mississippi che negli anni ’20 ha cominciato a insinuarsi nel territorio americano con le sue storie di privazioni sociali, povertà, discriminazione, malinconia e di vita quotidiana da parte dei lavoratori neri che erano poco più che dei reietti all’epoca. Dal Delta del Mississippi poi Mick Jagger e soci si spostano a Chicago prima e nella Louisiana poi, per toccare il successivo Blues elettrificato, ma senza dimenticarsi di certe sbandatine Country primordiali, per passare infine al Rhythm and Blues che spesso era presente in molti album del gruppo, in un lotto di canzoni che originariamente furono scritte, suonate e registrate tra gli anni ’50 e ’60.

I Rolling Stones prendono questo coacervo di scene e stili per unirli sotto la scorza dura del loro Rock’ N Roll, per dar vita quindi ad un disco Blues Rock che è praticamente perfetto: è un lavoro scarno, ruvido e diretto, con pochi ospiti e collaboratori, dove non c’è spazio per soffocanti sovra incisioni e produzioni bombastiche, ma abbiamo un suono dinamico e avvolgente non scalfitto dalla loudness war.
Nel Blues, come nel Jazz e nel Country è pratica comune fare tante cover, tant’è che molti album spesso hanno pochi inediti e per la maggior parte sono composti da reinterpretazioni, quindi questo non dove trarre in inganno l’ascoltatore più smaliziato: la strabordante personalità dei quattro e l’interplay che c’è tra i vari musicisti ci fanno quasi dimenticare che stiamo parlando di cover.

L’armonica a bocca è bella in evidenza ed usata a piè sospinto con Mick Jagger che dimostra di avere una grande sensibilità con lo strumento, oltre ad avere una voce perfetta per dare quella carica sensuale, ma al tempo stesso malinconica di cui questo genere si ciba.
Ma anche l’interpretazione degli altri svetta: le chitarre di Keith Richards e Ronnie Wood si intrecciano tra di loro in queste atmosfere ora soffuse e intime, ora sfacciate e grintose, con assoli fuori dal tempo. E a proposito di chitarristi, vogliamo parlare di “Everybody Knows About My Good Thing” e “I Can't Quit You Baby” nelle quali Eric Clapton le impreziosisce con la sua sei corde?
L'organo e il piano dei collaboratori Matt Clifford e Chuck Leavell con il loro tappetto raffinato ed elegante hanno anche loro i loro intrecci e spazi solisti, mentre nella ritmata “Hoo Doo Blues” le percussioni di Jim Keltner accompagnano la batteria di Charlie Watts. E a proposito di quest’ultimo, dietro alle pelli dà una prestazione mai sopra le righe e sempre misurata, come chiede il genere, dando un telaio ritmico perfetto nella sua semplicità, ma che non è una scusa per risultare statici e stantii, come lo era un Lars Ulrich ai tempi di "Load" e "Reload".



Inutile dire che questo è stato un gran successo commerciale, spinto anche dal video molto zarro di "Ride 'Em On Down”, ma vista la qualità della proposta è stato un successo meritato. Non nascondiamoci dietro ad un dito: una durata azzeccata (dodici canzoni per poco meno di quarantatré minuti di musica), uno strumento dimenticato (l’armonica a bocca) qui è protagonista al pari degli altri, a parte un pezzo (la già citata “I Can't Quit You Baby” resa celebre dai Led Zeppelin) il resto sono tutti brani poco conosciuti dal pubblico, specialmente nelle nostre parti e poi la classe smisurata di un cantante qui impeccabile, di chitarristi che eseguiranno assoli sì semplici, ma sempre ficcanti, oltre a due pianisti che sanno arricchire il tutto con classe e gusto sono gli ingredienti dell’album.

Che sia il caso di cominciare a considerare pure “Blue & Lonesome” tra i loro classici? Chissà, intanto vi saluto con un regalino: in calce metterò la tracklist con le relative edizioni originali tra parentesi, così da poter fare un confronto che spero possa essere divertente e interessante.

E Charlie Watts ora possiamo ricordarlo solo in un modo: ascoltando la musica che di fatto lo ha reso immortale, che sia uno dei classici nei quali ha suonato o un disco minore, a ognuno di noi la scelta di cosa mettere nello stereo, nel piatto o nel mangia cassette per poi metterlo a tutto volume.

Tracklist:

- Just Your Fool (Buddy Johnson & Ella Johnson, 1953)
- Commit a Crime (Howlin' Wolf, Chester Burnett, 1964/75)
- Blue and Lonesome (Little Walter, 1959)
- All of Your Love (Magic Sam, Samuel Maghett, 1957)
- I Gotta Go (Little Walter, 1956)
- Everybody Knows About My Good Thing (Miles
- Grayson, Lermon Horton, Little Johnny Taylor
, 1971)
- Ride 'Em On Down (Bukka White/Eddie Taylor, 1955)
- Hate to See You Go (Little Walter, 1969)
- Hoo Doo Blues (Otis Hicks, Jerry West, 1958)
- Little Rain (Ewart G. Abner Jr., Jimmy Reed, Lightnin' Slim, 1957)
- Just Like I Treat You (Willie Dixon, Howlin' Wolf, 1961)
- I Can't Quit You Baby (Willie Dixon, Otis Rush, 1956)
Articolo a cura di Seba Dall

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